La Russa, tela bipartisan sulla legge elettorale (ma senza Vannacci)

Il presidente del Senato al lavoro per una riforma condivisa, che dovrà però passare al vaglio dei costituzionalisti: i vertici di Fdi e Lega restano in stand by

Carlo BertiniCarlo Bertini
Il presidente del Senato Ignazio La Russa (foto Ansa)
Il presidente del Senato Ignazio La Russa (foto Ansa)

L’operazione è raffinata: cercare un placet bipartisan sulla legge della discordia, quella elettorale, per accreditarsi come ufficiale di collegamento tra le due sponde della politica italiana, con un occhio rivolto magari al Colle più alto, poltrona ambita da tutti i leader che si rispettino.

Può essere interpretata così la manovra di accerchiamento di Ignazio La Russa, per arrivare ad una riforma del voto il più possibile condivisa, magari su un solo punto qualificante, al fine di non veder erigere le barricate in Parlamento.

Riservato

Di questo avrebbe parlato il presidente del Senato (il condizionale è d’obbligo, pure se la fonte è di tutto rispetto) con il presidente dei senatori del Pd, Francesco Boccia, invitato ad un pranzo riservato dove il numero due di Fratelli d’Italia ha proposto di fatto uno scambio: un esame vero, in commissione e in aula, senza voto di fiducia, della riforma in Senato, in cambio di una disponibilità a trattare senza sparare ad alzo zero.

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Il presidente del Senato Ignazio La Russa

Il 29 giugno arriverà in aula a Montecitorio il testo con i nuovi meccanismi di voto e quando approderà in Senato, il presidente La Russa vorrebbe farne l’occasione per ergersi a mediatore tra le fazioni, ritagliandosi così un profilo più istituzionale e “bipartisan”: il voto a palazzo Madama (che alcuni sostengono potrebbe chiudersi entro la pausa estiva) non sarà dunque una mera timbratura del testo licenziato dalla Camera per tagliare le ali alle opposizioni.

La riforma dovrà passare di nuovo al vaglio dei costituzionalisti, già critici alla Camera sulle liste dei candidati decise dall’alto, sul premio di maggioranza fissato prima anche per il Senato, che andrebbe eletto su base regionale; e sull’indicazione del premier sul programma di coalizione, che lede le prerogative del capo dello Stato.

Il piano di La Russa potrebbe essere quello di fare in modo che il testo definitivo venga “mondato” dagli errori solo in Senato e con il contributo delle opposizioni, cui andrebbe concesso qualcosa giocoforza: per essere ancor meglio digerito – e qui viene il punto saliente – da un superesperto come Sergio Mattarella, ostile ai colpi di mano sulle regole democratiche.

Doppiogioco

Ora, peccato che il capogruppo Boccia, «non ha ricevuto mandato a trattare», come spiegano i pezzi grossi del Pd, accompagnando la frase con un risolino che tradisce un eventuale “doppiogioco”: magari nella forma di un tacito placet coperto da una tiepida battaglia parlamentare. E peccato che non si sappia quanto l’offerta di La Russa possa far breccia nei cinque stelle e in Avs. Ma tant’è.

E si pone un problema grosso anche a destra: Vannacci. Come un big di Fdi d’Italia ammette senza perifrasi, «con la nuova legge elettorale che premia chi ha un voto in più, se Futuro nazionale crescerà ancora sarà difficile tenerlo fuori dalla coalizione».

Dunque per ora i vertici di Fdi e Lega restano in stand by, per capire l’evoluzione del quadro. E fanno mostra di voler andare avanti sulla riforma del voto, smentendo le voci di una frenata sulla nuova legge che darebbe un’arma al generale, quella di diventare alleato imprescindibile per una vittoria. Nei confronti del concorrente principe, dunque, modalità zen: «Se lo normalizzi tirandolo subito dentro, non ti porta nulla, se gli dici “no tu no” ti precludi ogni manovra dopo il voto del 2027. ..».

 

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