Trieste e Gorizia, il voto mancato il 2 giugno 1946: «Fu una cittadinanza sospesa»
Il costituzionalista Ceccanti riflette sul referendum che vide la Venezia Giulia esclusa: «Cosa avrebbero scelto i suoi cittadini? Probabilmente Repubblica, in linea col Nord»

«Trieste e Gorizia vissero quegli anni come una sorta di limbo, una cittadinanza sospesa che andava risolta soprattutto sul piano internazionale». Per il costituzionalista Stefano Ceccanti, docente ordinario di Diritto pubblico comparato all’università La Sapienza di Roma, l’esclusione delle due città dal referendum del 2 giugno 1946 racconta molto della fragilità geopolitica del confine orientale nel secondo dopoguerra.
Mentre il resto d’Italia sceglieva tra monarchia e repubblica e si preparava alla nascita della Costituzione, e in un Nordest che, con la sola eccezione di Padova, si schierò a favore della Repubblica, Trieste e Goriziano restavano infatti fuori dal voto: Trieste era sotto amministrazione alleata nella Zona A del Territorio libero, mentre Gorizia era divisa tra il controllo jugoslavo e quello militare anglo-americano.
Professor Ceccanti, che cosa significò per la Venezia Giulia quell’assenza?
«Significò soprattutto che la questione del confine orientale era ancora apertissima e che il governo italiano ne era pienamente consapevole. De Gasperi, che aveva seguito direttamente anche la politica estera, sapeva bene che tutto si sarebbe giocato sul trattato di pace e sui rapporti internazionali».
Ricordando tra l’altro la prima volta delle donne al voto, fu una ferita?
«Quelle popolazioni vissero di fatto una situazione di sospensione. Trieste in particolare rimase per anni dentro una specie di limbo politico e diplomatico. La soluzione definitiva arriverà soltanto nel 1954 e poi, sul piano internazionale, con il trattato di Osimo».
Si può parlare di una cittadinanza in qualche modo sospesa?
«Direi di sì. Era la percezione concreta di vivere in una terra contesa, dove la priorità era dettata dagli equilibri internazionali più che dalla politica interna italiana».
Quell’esclusione avrebbe poi influito sul rapporto di Trieste e Gorizia con lo Stato italiano?
«Nel lungo periodo direi di no, perché la situazione si è progressivamente sanata. Ma certamente rafforzò la consapevolezza della centralità geopolitica di un territorio in cui passava la frontiera della guerra fredda. Basta ricordare il celebre discorso di Churchill sulla cortina di ferro, pronunciato nel marzo del 1946 a Fulton: in quell’occasione il confine simbolico viene descritto “da Stettino a Trieste”. Trieste era percepita come uno dei punti nevralgici dell’equilibrio europeo».
Se Trieste e Gorizia avessero votato, secondo lei come si sarebbero espresse?
«Probabilmente in linea con il resto del Nord. La geografia elettorale dell’Italia settentrionale fu nettamente orientata verso la Repubblica, anche in territori dove la Democrazia cristiana era molto forte; è ragionevole immaginare che Trieste e Gorizia avrebbero contribuito alla vittoria repubblicana».
Il referendum del 1946 viene considerato l’atto fondativo della democrazia italiana. La Venezia Giulia arrivò in ritardo a quella nascita?
«In parte sì, ma va ricordato che la grande intuizione politica di allora fu separare la scelta tra monarchia e repubblica dal lavoro della Costituente. Se quella frattura fosse esplosa dentro l’Assemblea che doveva scrivere la Costituzione, il rischio sarebbe stato compromettere la possibilità di arrivare a un testo condiviso».
Quindi il referendum servì anche a proteggere la Costituente?
«Esattamente. La priorità era costruire una Costituzione capace di unire il Paese. Ed è anche per questo che non si scelse poi di sottoporre il testo costituzionale a un ulteriore referendum finale: si guardava con attenzione alle difficoltà che in quegli stessi mesi stava vivendo la Francia con il proprio processo costituente».
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