Il voto alle donne triestine e la scelta del Gma di ritardare di tre anni l’incontro con la Storia
Si recarono alle urne per la prima volta solo nel 1949: la loro partecipazione portò all’elezione in Comune di otto candidate

Il 12 giugno 1949 un forte vento e «torrenti di pioggia» si abbatterono su Trieste. Ma davanti ai seggi le code erano lunghe. Tra i votanti in fila spiccavano, annotò il Giornale di Trieste – che era il nome de Il Piccolo fino al 1954 – «gli abiti variopinti delle donne, che rappresentano la maggioranza». Tra loro, «le tuniche nere d'un gruppo di suore». Era la prima volta che le triestine esercitavano il diritto di voto: un atto che arrivava con tre anni di ritardo rispetto al resto d'Italia.
Un ritardo profondamente legato alla storia di Trieste. Fino alla definizione dello statuto del Territorio Libero di Trieste, il Governo Militare Alleato non intendeva cedere potere agli italiani: «Il municipio era gestito interamente da uomini nominati direttamente dagli Alleati», spiega Tullia Catalan, docente di Storia contemporanea all'Università di Trieste. «Solo dopo il settembre 1947, con l'entrata in vigore del Trattato di pace di Parigi, cominciarono le prime discussioni sulla possibilità di tenere elezioni».
L'ordine del Gma arrivò nel settembre 1948, per i sei comuni della Zona A. Quegli stessi Alleati che dal 1949 avrebbero modernizzato in profondità la vita sociale della città – funzionarie delle Nazioni Unite arrivarono per formare le prime responsabili dell’assistenza pubblica; alcune ottennero borse di studio negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Svezia – si erano però fermati sulla soglia della politica. L'impulso alle culture politiche femminili veniva dall’Italia repubblicana, dalla tradizione comunista, dalla rete cattolica. Non dagli angloamericani.
Anche se le triestine sapevano che in Italia le donne votavano già da tre anni, quella consapevolezza non lasciò tracce documentabili. La mobilitazione femminile si giocava su tutt'altro tavolo. «Qui la discussione è di altissima politica, quasi da Guerra Fredda», dice la storica.
La paura era che il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste prevalesse: ci si aspettava un exploit del 25% dei voti, ma ciò non avvenne. Le elezioni diventarono un banco di prova per Roma, uno scontro tra Occidente e Oriente su cui si proiettava tutta l'incertezza sul futuro della città.
Alla vigilia del voto, Alcide De Gasperi aveva tenuto un discorso davanti a una grande folla. Roma guardava a quel voto come a una prova di italianità della città, prima ancora che come a un esercizio di democrazia.
Eppure le donne furono numericamente decisive. Su 216.957 elettori complessivi nella Zona A, a Trieste le aventi diritto al voto erano 106.257 contro 91.060 uomini. Tra i votanti c'erano anche i primi esuli giuliano-dalmati arrivati nella Zona A. Ma il flusso era ancora in corso – molti sarebbero arrivati fino al 1953-1954 – e quelle elezioni restavano ancora largamente un’espressione della città storica.
«In alcuni quartieri, se le donne non fossero andate a votare, non ci sarebbe stata la maggioranza», sottolinea Catalan. Il Giornale di Trieste le aveva definite «arbitre della futura competizione elettorale».
Sia la Dc che il Partito Comunista avevano investito sull'organizzazione femminile, con comizi di politiche venute da fuori – tra cui l’allora giovanissima Luciana Castellina per il Pci. La Dc presentò nove donne con profili diversi: insegnanti, impiegate, casalinghe, una dirigente industriale.
Altrettante ne candidò il Partito Comunista. Tra i nomi nelle liste del Pc anche quelli di cittadini sloveni – undici su 59 candidati portavano cognomi inequivocabilmente sloveni, tra cui alcune donne.
Nei comuni minori della Zona A, la presenza slovena era preponderante. E per chi nelle elezioni successive riuscì a entrare in Consiglio, l'ostacolo successivo era la lingua: lo sloveno non era ammesso nelle aule consiliari, in quanto un’ordinanza del Gma prevedeva in città solo l’uso dell’italiano come lingua ufficiale.
Nel municipio di Trieste, su 25 seggi conquistati dalla Dc, cinque andarono a donne. Il Pci ne elesse due, tra cui Laura Weiss, presenza ricorrente nelle elezioni successive. Tra gli indipendentisti, una eletta su sette candidate. In totale, delle sessanta poltrone del Consiglio, otto andarono a donne.
Le elette avevano profili diversi: le comuniste in media più anziane e con trascorsi politici; le democristiane più giovani, spesso al primo ingresso nella vita pubblica. Una di loro, Ester Bastiani, si classificò quarta tra i 25 eletti Dc di Trieste, il primo fu Gianni Bartoli.
Le triestine erano la maggioranza degli elettori, ma negli scranni del Municipio finirono per essere una minoranza esigua. Il voto femminile era stato determinante: il Pctlt si fermò al 21%, la Dc ottenne il 39,1%.
Come primo sindaco della storia democratica della città fu eletto Gianni Bartoli, che cinque anni dopo avrebbe festeggiato il ritorno di Trieste all'Italia. Le arbitre della competizione avevano parlato. Un primo passo era stato fatto, con tutto il peso e tutte le contraddizioni di una città che non aveva ancora smesso di interrogarsi sul proprio destino.
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