De Nardi sul 2 giugno: «Il Veneto contrastò la monarchia e fu protagonista della Costituzione»
Il costituzionalista De Nardi: «Merlin e l’ex rettore Marchesi tra i più illustri, ma partì da Padova il ricorso che ritardò la proclamazione del nuovo governo»

Ottant’anni di Repubblica italiana. Otto decenni di storia, plasmati a partire da un volere popolare e iniziati sotto la stella anche del nostro territorio. Una regione che votò, con l’eccezione della provincia di Padova, per la nuova forma di governo; e che, tra i padri costituenti – sono noti così, con un’espressione che ancora denota l’affetto popolare nei confronti della nostra Magna carta – elesse alcuni deputati veneti. Lina Merlin, per esempio: fu lei a pretendere che nell'Articolo 3 della Costituzione fosse stabilito che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge «senza distinzione di sesso», blindando l'uguaglianza giuridica tra uomo e donna.
Sandro De Nardi, professore di Diritto costituzionale all’Università di Padova, come possiamo intrecciare il Veneto alla scelta referendaria tra Repubblica e monarchia?
«Gli intrecci sono molteplici. Ma ce n’è uno che in teoria avrebbe addirittura potuto condizionare in modo decisivo la storia del nostro Paese. L’ha raccontato Livio Paladin in un saggio: la proclamazione degli esiti referendari è stata ritardata dai dubbi interpretativi sollevati da un gruppo di giuristi monarchici dell’Università di Padova, che formarono la base per un ricorso presentato alla Corte di cassazione, prima che questa proclamasse i risultati del referendum».
Di cosa si trattava?
«Secondo i ricorrenti, la definitiva vittoria della Repubblica avrebbe potuto essere dichiarata soltanto se le preferenze espresse a suo favore avessero superato non soltanto i voti a favore della Monarchia ma anche le schede bianche e nulle».
Un cavillo interpretativo per bloccare la riforma di governo.
«Sì, anche perché faceva a pugni con la ragion d’essere dello stesso referendum. Di fatto, proprio il ricorso originato da Padova ha impedito l’immediata proclamazione del risultato referendario, costringendo la Cassazione a prendere tempo. Per il governo fu un fulmine a ciel sereno».
Poi però la Repubblica fu proclamata.
«Perché la Cassazione alla fine non ha condiviso l’interpretazione dei giuristi padovani. In ogni caso la Repubblica aveva ottenuto 12 milioni 718.641 voti, contro i 10 milioni 718.502 per la monarchia, mentre le schede bianche e nulle erano 1 milione 509.735. Insomma, la prova di resistenza era comunque superata dalla Repubblica con uno scarto di circa mezzo milione di voti».
Parallelamente, fu eletta l’Assemblea costituente, in seno alla quale poi sarebbero stati scelti i membri della commissione dei 75. Quale fu il ruolo del Veneto?
«Furono eletti 49 deputati, 47 uomini e due donne: Lina Merlin e Maria Maddalena Rossi».
Merlin: è a lei che dobbiamo la parità tra i due sessi inserita nella Costituzione.
«Non solo. È intervenuta anche sul principio di eguaglianza, sul diritto al lavoro, sulla tutela della famiglia».
Fu il suo il contributo più importante dal nostro territorio?
«Fu rilevante, ma non il solo. Diversi veneti sono stati protagonisti indiscussi nel dibattito sulla nostra Legge fondamentale. Tra di loro c’erano personalità di spicco o accademici autorevoli; e all’epoca l’autorevolezza e la competenza contavano, originando rispetto anche tra avversari politici. Se prendevano la parola il latinista Concetto Marchesi, già rettore dell’Ateneo di Padova, o il penalista Giuseppe Bettiol, gli esponenti degli altri partiti li ascoltavano con attenzione. Non albergava la strampalata idea populistica secondo cui “uno vale uno”: o, peggio ancora, che “uno vale l’altro”».
E le città?
«I nomi delle città venete sono stati evocati più volte in seno all’Assemblea costituente: Vicenza, Padova, Verona e Rovigo, oltre alla “dogale Venezia”».
In che modo?
«Nelle carte dei lavori preparatori è riportato un episodio curioso di cui è stato protagonista il palermitano Vittorio Emanuele Orlando, insigne giurista dall’aplomb inglese. A un certo punto, criticando la riformulazione di un articolo in discussione, proprio lui ha richiamato «un motto veneziano, che io non so ripetere – non ho la dolce loquela di quella nostra Venezia triplicemente cara – e cioè: pezo el tacon del buso».
Insomma, ci si divertiva, pure.
«Il clima a tratti era pure gradevole, sempre e comunque di grande entusiasmo».
E, riguardo alle discussioni di merito, quali furono i contributi più celebri dal Veneto?
«Molteplici. Se pensiamo al dibattito sulla composizione del Senato, un contributo importante arrivò dal vicentino Egidio Tosato, esimio costituzionalista, il quale sosteneva che i senatori avrebbero dovuto essere eletti dai consiglieri regionali per far sentire a Roma la voce delle Regioni. E sempre lui si era dichiarato favorevole a un’eventuale elezione dei senatori da parte dei consiglieri comunali, ritenuti politicamente qualificati».
Spunti per interventi riformatori odierni.
«Sì. Ma, a prescindere dalle scelte politiche di merito, il prezioso lascito da raccogliere è rappresentato dal “metodo costituente”: un metodo nobilmente compromissorio tra maggioranza, opposizione e minoranze».
L’antitesi del dibattito politico.
«Già. Da cittadino, mi piacerebbe sentir riecheggiare nelle sedi decisionali deputate alla revisione costituzionale le parole di Luigi Einaudi, eletto Presidente della Repubblica: dovendo lasciare il Parlamento, disse che gli veniva a mancare “la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto ed accedere, facendola propria, all’opinione di uomini più saggi di noi”».
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