Il paradosso dell’Alzheimer: diagnosi più facili ma nessuna cura

Cresce il numero di test per predire l’insorgenza della malattia, eppure l’armamentario terapeutico resta vuoto. Al momento ci sono solo due monoclonali che potrebbero rallentare il declino cognitivo nelle fasi iniziali

Mauro Giacca
Una risonanza magnetica nella ricerca sull'Alzheimer
Una risonanza magnetica nella ricerca sull'Alzheimer

Era il mese di maggio dello scorso anno quanto la Fda americana aveva dato il via libera a Lumipulse, il primo test che riesce a predire l’insorgenza del morbo di Alzheimer a partire da un prelievo di sangue. Dopo Lumipulse, a ottobre dello scorso anno la Roche ha messo in commercio un altro test analogo, seguito a ruota da ancora altri due test diversi.

Quattro esami per diagnosticare l’Alzheimer nel sangue in un solo anno non è poca cosa, e non stupirà quindi sapere che il mercato per queste analisi è stimato raddoppiare nei prossimi 10 anni, arrivando a oltre 26 miliardi di dollari nel 2035. Oggi, nel mondo 57 milioni di persone vivono con una demenza, con quasi 10 milioni di nuovi casi ogni anno. Dopo gli 85 anni, più di una persona su tre ha l’Alzheimer.

Alzheimer, due malati su tre sono donne e la colpa è della menopausa: «Il crollo ormonale espone il cervello»
La redazione
Foto simbolo anziana con una bambola Campagna malati di Alzheimer

Nel loro complesso, questi test mostrano un’elevata specificità e accuratezza, spesso superiore al 90% nel distinguere l’Alzheimer da altre forme di demenza. Sono anche un grande aiuto per predire la malattia persino molti anni prima della sua insorgenza clinica, lasciando quindi agli esami canonici, basati sulla Pet e l’analisi liquido ottenuto con la puntura lombare, il ruolo confermatorio della diagnosi.

Ma qui nasce il paradosso: possiamo diagnosticare molto bene l’Alzheimer ma non sappiamo poi cosa fare. Al di là di due anticorpi monoclonali, lecanemab e donanemab, che potrebbero (anche se in maniera controversa), rallentare il declino cognitivo nelle fasi iniziali, l’armamentario terapeutico è vuoto. Ecco allora che questa settimana la Fda americana ha annunciato l’Alzheimer's Prevention Accelerator, con lo stanziamento di 41,2 milioni di dollari per un programma guidato da Rudolph Tanzi, del Mass General Brigham di Boston.

Cancro e Alzheimer: un paradosso capace di suggerire nuove terapie
La redazione
Le immagini della risonanza magnetica di un cervello

L’idea è cambiare metodo: anziché sperimentare un farmaco alla volta, valutare contemporaneamente cinque-dieci combinazioni di medicinali già approvati per altre malattie e anche prodotti di origine naturale, inclusi composti usati negli integratori alimentari. Saranno coinvolti soggetti senza sintomi o con disturbi lievi, ma con marcatori biologici dell'Alzheimer. Le analisi del sangue serviranno a individuare rapidamente segnali di efficacia, prima di passare a studi più ampi sulla memoria.

Ci auguriamo che questo approccio abbia fortuna e alla fine trovi qualcosa che funzioni. Ma dà il senso di quanto la situazione sia disperata: è come dover combattere una battaglia e, non sapendo dove sia il nemico, prendere una mitragliatrice e sparare intorno alla cieca.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est