Alzheimer, due malati su tre sono donne e la colpa è della menopausa: «Il crollo ormonale espone il cervello»

Un congresso di specialisti punta i riflettori su declino cognitivo e differenze di genere: l’età media più alta non basta, dopo la menopausa la neurodegenerazione è più veloce

Simonetta Zanetti
Foto simbolo anziana con una bambola Campagna malati di Alzheimer
Foto simbolo anziana con una bambola Campagna malati di Alzheimer

I numeri sono allarmanti: su tre malati di Alzheimer, due sono donne. È quanto è emerso dal recente congresso promosso dal Centro studi su salute e medicina di genere presieduto dalla professoressa Giovannella Baggio e dal dipartimento di neuroscienze dell’Università di Padova, che quest’anno ha puntato i riflettori su declino cognitivo e differenze di genere.

Le demenze rappresentano anche in Veneto una vera e propria epidemia: 69.917 i pazienti censiti dai servizi sanitari, con una stima di almeno 95.000 persone con decadimento cognitivo; il 98% con più di 65 anni e il 68% di donne. «Le demenze in generale, soprattutto l’Alzheimer, colpiscono due donne su tre malati» conferma la professoressa Annachiara Cagnin della clinica neurologica dell’Azienda Ospedale Università di Padova «motivo per cui la ricerca ha voluto indagare il motivo di questa differenza epidemiologica.

Annachiara Cagnin della clinica neurologica dell’Azienda Ospedale Università di Padova
Annachiara Cagnin della clinica neurologica dell’Azienda Ospedale Università di Padova

Le donne vivono più a lungo

Una prima risposta, che tuttavia non può essere esaustiva, è che questa è una malattia correlata all’età e le donne sopravvivono più a lungo. Ma i numeri trovano anche motivazioni educazionali e biologiche. La prima deriva dal fatto che quando il nostro cervello invecchia, di fronte al declino cognitivo, reagisce cercando di trovare delle strategie per bypassare i problemi. E siamo tanto più bravi a farlo, quanto più nel corso della nostra esistenza abbiamo avuto un’educazione, un lavoro interessante, attività cognitive stimolanti, tutte cose che nelle ottantenni, fino a poco tempo fa, non era la norma. Sebbene permangano differenze di genere nelle posizioni apicali, questo oggi è un po’ meno valido».

Differenze biologiche

Le diversità biologiche si instaurano nel periodo peri e post menopausale: «Quando si registra un brusco calo degli ormoni sessuali femminili, estrogeni e progesterone, si crea uno sbilanciamento repentino in un cervello che per molti anni è stato abituato a essere stimolato da questi. E la risposta è una minore resistenza agli insulti», spiega Cagnin, «quindi lo stesso livello di deposito di proteina tossica, qual è l’amiloide, nel cervello di una donna indurrà un evento dannoso peggiore rispetto a quello causato in un uomo. Pertanto la neurodegenerazione nella donna nel periodo post menopausale è molto più rapida».

In questa fase, nelle donne le capacità di resilienza crollano in maniera rapida causando una fase di fragilità cognitiva più grave e più a lungo rispetto agli uomini. Esiste inoltre una fetta di popolazione femminile che per motivi chirurgici o di altro tipo entra in menopausa in un’età molto precoce, anche a 40 anni.

La pentola scoperchiata

«Se all’inizio le donne riescono a mascherare meglio il processo biologico, nella transizione menopausale si innesca questa minore resistenza biologica e si scoperchia una pentola che magari ribolliva da un po’ di anni», prosegue, «i sintomi sentinella vengono avvertiti meno precocemente rispetto agli uomini ma quando si presentano si è già in una fase più grave di malattia. E siccome le nuove terapie in arrivo per l’Alzheimer si basano tutte sull’intervento in una finestra molto precoce, le donne hanno maggiori possibilità di perdersi questa possibilità di azione sia dal punto di vista farmacologico che di prevenzione e stimolazione» chiarisce. In questo scenario sono in corso studi per valutare se possa derivare un beneficio nell’assunzione precoce della terapia sostitutiva all’inizio dei cambiamenti ormonali.

Il nodo sottovalutazione

Sebbene molti dei sintomi della menopausa siano noti - come vampate e insonnia -, spesso manca consapevolezza sui disturbi cognitivi: «La nebbia cerebrale è un segnale che il cervello sta risentendo della carenza di estrogeni, per cui quando percepiamo un calo dei attenzione e di memoria la prima cosa da fare è chiedere aiuto allo specialista per mettere in atto strategie di prevenzione», aggiunge la professoressa Cagnin, «ad esempio, il sonno profondo è il momento in cui il nostro cervello riordina le informazioni e fa pulizia degli scarti, quindi l’insonnia prolungata non fa bene e va trovato assolutamente un rimedio. Dopodiché è necessario dedicare più tempo all’attività fisica - il più forte di tutti i modulatori di rafforzamento e resilienza cerebrale -ma anche agli smart game e a ciò che mantiene allenato il cervello. Quindi ci sono gli integratori che mimano l’attività dell’estrogeno di cui bisogna discutere con il ginecologo. E infine c’è la dieta per la longevità, centrata sulla possibilità di aumentare la quantità di fitoestrogeni, antiossidanti, antiradicali liberi».

Gli allarmi

Nella donna si registra più frequentemente una malattia neurodegenerativa, tipo Alzheimer amnesico, la forma più diffusa della malattia; c’è la tendenza a reagire con ansia e depressione, che sono a loro volta fattori di rischio. Diversamente, l’uomo può avere forme più atipiche o disturbi che inizialmente non sono solo di memoria, ma anche di linguaggio o comportamento. «Il tema non è la singola dimenticanza, il nome che sfugge», conclude Cagnin, «ci si allerta quando alcuni sintomi - non ricordare un appuntamento, cambiamenti di umore, riduzione della voglia di uscire di casa - diventano persistenti nei mesi e magari ci vengono riportati da chi ci circonda. Non significa in assoluto che c’è un problema grave da affrontare, ma semplicemente è il caso di fare un check sulla salute del cervello».

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