Se anche Tajani traballa per Meloni è una via crucis
Dall’esito del referendum, in 48 ore tutto è cambiato nel governo di Roma e la premier ha perso l’aureola di invincibilità

L’unico barlume di verità nell’intrepida affermazione di Giorgia Meloni che questo referendum non avrebbe avuto conseguenze sul governo sta nella conferma che lei non si è dimessa. Ma per il resto, in 48 ore tutto è cambiato, Giorgia ha perso l’aureola di invincibilità che la rendeva solida anche oltre confine e i partiti della sua maggioranza stanno implodendo. Il “suo” premierato è finito negli scantinati del Parlamento che custodiscono le riforme costituzionali mai partorite, l’Autonomia regionale resta nei sogni della Lega e di Giustizia non se ne parlerà più per un pezzo. E dunque, cosa potrà dire di aver portato a casa il governo più longevo della legislatura quando si andrà al voto tra un anno? E qui si pone il problema di cosa fare con il “Meloni bis”, perché è evidente che ormai c’è un “prima” e un “dopo” il referendum: c’è un’agenda tutta da riscrivere senza che se ne veda un bandolo, un problema enorme per un esecutivo altrimenti votato al logoramento.
Il peso dei conti
Ma prima ancora della politica, prima della frana che ha investito l’altro ieri Fratelli d’Italia e ieri Forza Italia, prima di ogni resa dei conti, a pesare sulle scelte del “Meloni bis” sarà l’economia, perché è quella la pietra angolare di ogni rilancio dell’azione di governo fino alle elezioni. E se non fosse bastata la scoppola del referendum, i dati di ieri fanno raggrinzire la pelle sulle braccia di chi li compulsa sugli smartphone: Istat: crollo della fiducia dei consumatori. Ocse: previsioni di crescita per l’Italia, +0,4 per cento, una miseria.
Ecco in questa cornice, dove a pesare è anche l’enorme incognita della guerra nel Golfo e l’obbligo di ricalibrare il rapporto con gli Usa di Trump, si inserisce la slavina che sta trascinando i partiti della maggioranza di governo verso il basso. Verso un clima da tregenda che ha investito prima il partito della premier, con le dimissioni a raffica e la coda di veleni che ne deriva; e ieri anche il partito che fu di Berlusconi: dove gli eredi di Silvio hanno preteso e ottenuto un ricambio di volti invocato da mesi e oggi divenuto possibile dopo una sconfitta che brucia la più iconica delle bandiere azzurre, quella della separazione delle carriere dei giudici.
Le punture al leader di Forza Italia che arrivano da Arcore sono come dolorose banderillas nel petto di un toro barcollante nell’arena: anche se Marina fa sapere che «la stima e il sostegno» al leader del partito Tajani «sono immutati», le firme raccolte contro un suo fedelissimo come Maurizio Gasparri, esponente di quel “partito romano” poco amato nel giro milanese sono state un avviso in piena regola. E così anche l’arrivo di Stefania Craxi, amata dalla famiglia del fondatore, potrebbe essere l’epilogo di una pochade che va avanti da mesi: da una parte Marina e Pier Silvio che pretendono facce nuove e dall’altra il leader Tajani che si attacca alle liturgie congressuali (mai digerite ad Arcore) e convoca congressi provinciali, forte del fatto che i segretari regionali li ha nominati tutti lui. E se questo è il clima, figuriamoci cosa si consuma nei retropalchi e nelle regioni del sud colpevoli di non aver fatto vincere il Sì, malgrado a comandare siano governatori di Forza Italia. In Sicilia il riverbero della cacciata di Santanché e Delmastro ha portato a far esplodere un verminaio silenziato da mesi nella giunta Schifani, con il grido di battaglia del deputato regionale Salvo Tomarchio, «raccogliamo l’appello di Marina al rinnovamento totale».
Fratelli Coltelli
E nell’isola il diktat del ripulisti è arrivato pure agli uomini di Fdi, con il commissario regionale Luca Sbardella che promette di applicare lo stesso criterio nazionale agli esponenti del partito coinvolti in vicende giudiziarie. Un redde rationem esploso comunque in tutta Italia: il Sì infatti ha vinto solo nelle regioni della pianura padana, quindi recriminazioni a raffica sono destinate a venire a galla ovunque: immune per ora solo la Lega, dopo che per tutta la campagna elettorale era stato Salvini a dover scontare l’accusa di fare poco per la causa, salvo veder battuto il No proprio nelle regioni dei suoi governatori. Prossime puntate dunque tutte da gustare, in attesa che venga riscritta una qualunque agenda di priorità che faccia ripartire il Meloni bis per l’ultimo faticoso miglio della legislatura. —
Riproduzione riservata © il Nord Est








