Bruxelles all’Italia: più investimenti e riforme, no a nuovo deficit per spesa corrente

La Commissione europea apre a maggiore flessibilità per l’Italia con uno scostamento da 13,5 miliardi in tre anni, ma solo per investimenti strutturali. Nel mirino fisco, burocrazia, sanità, pensioni, giustizia e crescita economica

Marco ZatterinMarco Zatterin
Ue, ultimatum all’Italia: “Più riforme su fisco, sanità e lavoro”
Ue, ultimatum all’Italia: “Più riforme su fisco, sanità e lavoro”

È una flessibilità a doppio taglio, quella proposta dalla Commissione. La premier Meloni ha fatto bene a non ascoltare le velenose sirene che la spingevano a violare le regole Ue e a regalarci dell’altro gravoso deficit “da soli”; è stata saggia la scelta di invitare Bruxelles a ragionare sulle difficoltà aggiuntive evidenti che la guerra nel Golfo Persico sta creando per l’Italia, le sue imprese e i suoi cittadini: è sempre inutile strappare con chi, da sempre, cerca in qualche modo di sostenere chi chiede aiuto.

Per questo, come prevedibile, il team Von der Leyen ha intavolato una ricetta che consente a Roma di produrre 13,5 miliardi di ulteriore disavanzo in tre anni (costo: 4% ai prezzi attuali di mercato, circa 500 milioni), a condizione che i soldi non siano buttati.

La logica della manovra vieta altra spesa corrente (leggi: taglio delle accise) e sentenzia che il nuovo debito debba avere una destinazione strutturale, anzitutto a vantaggio della transizione energetica, per correggere il mix nazionale attraverso investimenti nelle reti “green” e nelle fonti rinnovabili. Cioè proprio l’obiettivo che, a Chigi e dintorni, sinora si è perseguito con entusiasmo contenuto.

Conseguenza

Salvo colpi di scena, la prima conseguenza sarà un rincaro di benzina e diesel dal fine settimana. Il governo sta tuttavia cercando di definire con l’Ue un intervento immediato a favore dei redditi più bassi, si vedrà se e come.

Ciò che la Commissione potrebbe consentire, per cominciare, è un piano di incentivi per l’installazione di pannelli solari o per l’efficientamento del patrimonio immobiliare. È una carta per ridurre il pesante onore delle bollette.

L’idea di base, in sintonia con le principali istituzioni economiche (Bce, Fmi, Ocse), è che un Paese già gravemente indebitato non possa aumentare il passivo se non con azioni che migliorino il funzionamento della macchina in modo duraturo. Il precetto preclude le mance elettorali a poco più di un anno dal voto.

E spinge il governo a fare quello che dovrebbe, cioè le famigerate riforme, per rendere il sistema più competitivo, riducendo i costi energetici e la dipendenza dalle risorse fossili che amplifica l’incertezza.

Lo scostamento da 13,5 miliardi che la Commissione vuol concedere all’Italia è un impulso a riformare un Paese che cresce poco (ultimo in Europa) e, soprattutto, meno dello straordinario potenziale. È un invito a rettificare il motore, certo non il primo dall’inizio del secolo. Le raccomandazioni diffuse ieri dall’Esecutivo Ue tornano puntuali su questioni note e inattuate.

Equità

Bruxelles ritiene ad esempio che Roma debba “rendere il quadro impositivo più equo e benevolo per la crescita”, considerando che “si basa largamente sul lavoro” e non dovrebbe essere. Essenziale anche frenare l’evasione (“resta alta”) e ridurre le agevolazioni fiscali. Bocciata in buona sostanza la passione per le flat tax. “I regimi speciali per i lavoratori autonomi e l'uso crescente della tassazione temporanea sul reddito fisico fissa – avverte la Commissione - rendono il Fisco altamente complesso, indeboliscono la progressività ed erodono la base imponibile, causando una significativa perdita di entrate”. Oltretutto, tutto ciò “scoraggia l’aumento di dimensione delle imprese” che restano troppo piccole.

Sollecitazioni

Spunta a questo punto la sollecitazione a riformare il catasto per farlo assomigliare ai valori di mercato, cosa che il governo cercherà di evitare perché impopolare.

Sarà difficile da digerire, eventualmente, come la critica all’eccessiva burocrazia del Paese in cui la premier ha dichiarato che è la burocrazia europea a frenare lo sviluppo economico. Non è una vendetta. È una constatazione che si oppone a uno slogan elettorale. Scrive Bruxelles che “c’è ampio margine per migliorare l'efficacia dell'amministrazione pubblica italiana e semplificare ulteriormente, dato che il 41% delle imprese dichiara di essere insoddisfatto (contro il 24% della media Ue)”.

Si aggiunge l’esigenza di affrontare le sfide demografiche in una terra in cui (per fortuna, anche) la popolazione invecchia. In due modi. Il primo consiste nel salvaguardare il comparto pensionistico mantenendone la solvibilità. Il secondo è incoraggiare l’accesso all’occupazione.

La Commissione è persuasa che, “sebbene una migrazione legale ben gestita possa mitigare gli effetti a breve termine del calo demografico, un approccio più efficace e strutturale dovrebbe andare oltre gli incentivi finanziari per creare un ambiente di supporto alla genitorialità tramite posti di lavoro stabili, politiche lavorative e l'adozione di misure più ampie per aumentare la forza lavoro, la partecipazione di donne e giovani, attirando e trattenendo talenti di alta qualità”. Vitalizi e stipendi sono questioni indivisibili. È auspicabile che abbiano un unico grande cappello comune.

Carenze

Ce n’è per il necessario miglioramento di una giustizia civile giudicata ancora troppo lenta. E per la salute, visto che “l'accesso all'assistenza sanitaria in Italia è peggiorato negli ultimi anni, con liste d'attesa sempre più alte per i servizi pubblici e spese a carico del cittadino significativamente superiori alla media UE”, per non parlare delle “significative disparità territoriali nell'erogazione sanitaria” delle “carenze di personale sanitario”.

Sono i vizi di un Paese che sembra non guardare abbastanza lontano, visto anche che il sostegno all’innovazione, oggi, è “meno ampio e generoso” che altrove. La novità dei giudizi di Bruxelles, tragica, è che ci sono poche novità (l’allarme per gli affitti brevi). Il dramma è che staremmo meglio se li avessimo ascoltati vent’anni fa. Ma è successo poco e non bene. E, di qui al voto, è difficile che si cambi strada, perché riformare costa e non rende subito. Andrebbe fatto per il bene comune. Non è un favore a Bruxelles. È un favore a noi stessi.

 

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