Elezioni, scontro Salvini-Meloni: in ballo c’è il timone della Lega

Il Capitano punta al fine legislatura per incassare l’ok finale sull’Autonomia frenando la corsa di Vannacci. Ma è sfida con la premier sulla data del voto

Carlo BertiniCarlo Bertini
La premier Giorgia Meloni con il viceleghista Matteo Salvini (foto Agf)
La premier Giorgia Meloni con il viceleghista Matteo Salvini (foto Agf)

Nel crepaccio che separa le due Leghe, si nasconde il jolly che Matteo Salvini vuole giocarsi per restare al timone del Carroccio. Roberto Calderoli è uno che non le manda a dire e anche stavolta ha messo la sua merce sul piatto senza troppi fronzoli, svelando così l’autodifesa che Salvini sta costruendo per resistere agli assalti di chi nella Lega vorrebbe farlo fuori prima delle elezioni.

«Ci vorrà un anno per approvare definitivamente le intese Stato-Regioni», ha chiarito il ministro per le Riforme dal palco della due giorni organizzata dalla Lega nella capitale. Facendo capire che la linea del Piave del Capitano sarà massimizzare la durata della legislatura: per portare a casa l’unica bandiera da sventolare in campagna elettorale, piuttosto che concluderla in primavera, come proposto su queste pagine domenica dal braccio destro di Meloni Luca Ciriani.

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Luca Ciriani, 59 anni,ministro per i Rapporti con il Parlamento (foto Agf)

Per rinnovare con ordine parlamento e governo e costruire con calma la legge di bilancio in autunno. Ma Salvini non ci sta e si prepara a incatenare “sua” Lega al potere fino all’ultimo minuto utile, prima di una disfatta nelle urne preannunciata dai sondaggi.

Il nodo

Come si vede, un tema capace di spaccare un fronte del governo finora compatto, perché se il Capitano vuole tirarla in lungo fino a ottobre 2027 ha due ottimi motivi per pretenderlo: portare a casa il primo tempo dell’autonomia regionale per provare a frenare così il travaso di voti verso Futuro Nazionale.

Viceversa, e sarà questa la tesi usata con la premier, qualora Roberto Vannacci riuscisse a spaccare le ruote del Carroccio farebbe venir giù tutta la coalizione di centrodestra.

Tanto vale provare a far sgonfiare il suo fenomeno, sostiene Salvini, convinto che l’ex parà sia partito troppo presto e che la sua incursione si arresterà man mano che gli elettori capiranno quanto sia retrivo il suo programma e irrealizzabili le sue parole d’ordine.

Le sei carte anti-FN

Non a caso il viceministro agli interni, il salviniano di ferro Nicola Molteni, ha scodellato ieri dallo stesso palco di Calderoli, sei proposte di legge per usare la mano dura con chi delinque, con tremila soldati nelle strade, aumentando i centri di detenzione dei migranti e spargendo fondi per strade più sicure.

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Chi ha in mano le leve del governo, questa la tesi, può fare cose… invece che prometterne di impossibili a vanvera. Tutto dunque si tiene e Giorgia faticherà a convincere il segretario leghista (e Tajani che ha pure le sue buone ragioni per restare in sella più a lungo possibile) a far cadere il governo per andare a votare in primavera, anche perché, come ha fatto notare Calderoli, non si vede «come mai festeggiamo un record di durata per poi farlo cadere prima della scadenza». Che tanto per far suonare la data nelle orecchie di chi conta, termina il 22 ottobre 2027, tra oltre un anno.

Giorgia freme per le urne

Ma Giorgia ha un argomento altrettanto forte da opporre. I sondaggi di martedì confermano il trend in ascesa del generale e di FN, che si starebbe attestando intorno all’8 per cento.

Nello stesso tempo i sondaggisti – come svela il Sole-24 Ore – le hanno fatto presente che il campo largo perderà comunque almeno il 3 per cento di consensi quando sarà deciso con le primarie che a comandare sarà uno dei due tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Entrambi non porteranno a casa tutti i voti del partito alleato.

Tradotto dalle alchimie della legge elettorale, ciò porterebbe a un possibile pareggio, visto che nessuna delle due coalizioni in teoria potrà raggiungere la soglia del 42% per strappare la vittoria col premio di maggioranza.

Per questo martedì è stato depositato in Senato un emendamento per abbassarla al 41. Da qui la convinzione di Meloni che in caso di pareggio sarebbe meglio votare a maggio per poi avere tutto il tempo necessario a formare una maggioranza di governo (magari trattando con Vannacci) piuttosto che essere esposta alla fretta che avrebbe in autunno il capo dello Stato di formare un governo per evitare l’esercizio provvisorio dei conti.

Ecco le trincee dove si sono acquartierate le due guarnigioni impegnate per ora a spararsi colpi di avvertimento a vicenda. Con l’esercito di Salvini forte della debolezza degli avversari interni, che dovranno trovare il coraggio di sfidarlo sul serio in un congresso straordinario tutto da vedere.

In tutto ciò, il solito convitato di Pietra, il generale Vannacci, se la ride, contento che «il centrodestra da solo non arriva al 42% e quindi deve fare i conti con noi». Peccato che i conti di Salvini e Meloni non quadrino di circa sei mesi, mica poco.

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