Referendum, Gratteri: «Se vince il Sì sarà la politica a decidere sulle carriere dei giudici»

Il Procuratore di Napoli: «I pm avranno una mentalità da persecutori. Nei processi di mafia saranno ristrette le possibilità di acquisire le prove

Carlo BertiniCarlo Bertini
Nicola Gratteri, magistrato, è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli
Nicola Gratteri, magistrato, è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli

«Se al referendum vince il Sì, le correnti della magistratura resteranno, i pubblici ministeri diventeranno dei persecutori e le carriere dei giudici saranno decise dalla politica»: è una profezia a tinte fosche quella delineata da Nicola Gratteri, magistrato da decenni in prima linea contro la mafia, capo della maggiore procura d’Italia, quella di Napoli. E proprio sul vulnus che la riforma della giustizia potrebbe provocare alle inchieste sulla criminalità organizzata che pone l’accento Gratteri, spiegando il perché in termini pratici.

Procuratore, ma intanto, cosa la convince meno della riforma della giustizia, la separazione delle carriere dei giudici e il doppio Csm?

«La riforma non è minimamente convincente e i due profili sono intimamente correlati, determinando nel complesso l’indebolimento della magistratura tutta e la sua sottoposizione alla politica, con buona pace dell’equilibrio dei poteri dello Stato su cui è imperniato il nostro ordinamento costituzionale».

Referendum sulla giustizia: dal quesito al quorum, tutto quello che serve sapere per il voto
La redazione
(foto Alessandro Serranò / Agf)

E l’attenuazione del potere delle correnti della magistratura lei come la otterrebbe, visto che tra l’altro non ne ha mai abbracciata nessuna?

«Questa riforma non elimina le correnti che comunque resteranno. Se il vero obiettivo era quello di evitare il cosiddetto correntismo nelle nomine bastava una legge ordinaria, anzi un regolamento, diminuendo la discrezionalità. Non certo scomodare la Costituzione e cambiarne ben sette articoli».

Una delle preoccupazioni diffuse a questo punto è che se vincerà il No ci sarà un effetto boomerang e le correnti della magistratura saranno ancora più legittimate. Che rischi comporterebbe questo rafforzamento delle consorterie?

«La eventuale vittoria del No, che auspico, non deve essere un punto di arrivo, ma un punto di partenza, per avviare una seria riflessione sulle storture del sistema giustizia. Occorre che i magistrati e le altre categorie protagoniste della giustizia, proprio perché “addette ai lavori”, non rimangano silenti, ma evidenzino i punti deboli del sistema, avanzando proposte migliorative al Parlamento affinché faccia le sue valutazioni, nel pieno rispetto del principio della separazione dei poteri».

Nella battaglia che conducete ogni giorno contro le mafie non vi farebbe gioco avere un potere rafforzato, come quello previsto dalla riforma per i Pm?

«Guardi, le battaglie contro le mafie devono essere fatte nel pieno rispetto della legge e delle garanzie. Gli indagati e gli imputati per mafia, al pari di tutti gli altri, hanno il sacrosanto diritto di avere la garanzia che chi conduce le indagini lavori con oggettività, esplori tutte le piste possibili e non si faccia suggestionare da risultati facili da ottenere. Questo lo può garantire solo un pubblico ministero compenetrato dalla cultura della giurisdizione».

La Russa: «Referendum con un valore politico se vota almeno il 50%»
Carlo BertiniCarlo Bertini
Ignazio La Russa

Nella sua esperienza quotidiana cosa riscontra che non va nel nostro sistema giudiziario? Cosa sarebbe davvero utile riformare?

«Le procedure sono troppo macchinose e presentano una serie di orpelli in nome di uno pseudo garantismo. In realtà, gli addetti ai lavori sanno che non è così. Pm e giudici devono essere messi nelle condizioni di dedicare tutto il loro tempo per esaminare a fondo i fatti, senza doversi dedicare a inutili adempimenti. Questa è la migliore garanzia per il cittadino: essere giudicati presto e bene. Lei sa, per fare un esempio, che la riforma in corso di approvazione, sul sequestro dei telefonini, prevede ben tre distinti provvedimenti? Due del giudice su richiesta del pm e uno di quest’ultimo, a fronte dell’attuale sistema che ne prevede uno solo. Secondo lei, tutto questo non determina ricadute negative sulla durata dei procedimenti oltre a restringere, anche per taluni reati di mafia, la possibilità di raccogliere le prove che oggi viceversa si possono acquisire?».

Senta, questa campagna ha assunto toni molto aspri. Cosa intendeva dire con quel «facciamo i conti dopo il referendum», rivolto ai colleghi del Foglio, che ha suscitato tante polemiche?

«Era la semplice valutazione circa la possibilità di esercitare un diritto previsto per tutti i cittadini: quello di perseguire legalmente una condotta, a mio giudizio, diffamatoria».

Per concludere: la premier Giorgia Meloni ha spiegato con vari esempi cosa succederebbe se vincesse il No. Cosa succederebbe invece secondo lei se vincesse il Sì?

«Se vincesse il Sì avremmo la designazione dei vertici della magistratura e le progressioni in carriera pesantemente influenzate dalla politica, avremmo un pubblico ministero con la mentalità di un persecutore e un notevole aumento della spesa pubblica: oltre ai due Csm e l’Alta corte, occorrerà sdoppiare in due la Scuola della magistratura e ripensare anche l’edilizia giudiziaria, non essendo più concepibile avere Palazzi di giustizia comuni alle due tipologie di magistrature, al fine di evitare ogni possibile contatto tra pm e giudici». 

Riproduzione riservata © il Nord Est