La Russa: «Referendum con un valore politico se vota almeno il 50%»
Parla il presidente del Senato: «Il post di Meloni riporta l’attenzione sul merito della consultazione: una magistratura non dominata dalle correnti»

«L’esito del referendum sulla riforma della Giustizia una valenza politica comunque la avrà, ma dipenderà anche da quanti la esprimeranno: se andrà a votare una cifra vicina al 50 per cento degli elettori avrà un senso, ma sotto il 45 per cento ne avrà un altro». Con un richiamo alla legge dei numeri, il presidente del Senato Ignazio La Russa raffredda le speranze della sinistra sulle possibili ricadute politiche di un voto, che la stessa presidente del Consiglio ha escluso possa provocare in qualunque caso dimissioni del governo.
Da politico di lungo corso, la seconda carica dello Stato fa capire che non saranno consentiti eccessivi trionfalismi se si esprimerà una grande minoranza degli italiani a favore del No. E nello stesso tempo mette in rilievo come la posta in gioco, sia esclusivamente «una vera indipendenza della magistratura» e lo ha spiegato a dovere Giorgia Meloni in un suo video.
Ma come è giusto che sia, è dalla guerra che bisogna cominciare. E per analizzare meglio le ragioni a monte delle posizioni assunte dalle varie forze politiche, «c’è un elemento che va tenuto in grande considerazione: quando i pasdaran in Iran hanno ucciso migliaia di persone, non c’è stata una sollevazione da parte della sinistra europea e italiana, rispetto a quanto avvenuto sulla vicenda di Gaza».
Presidente, che riflessioni impone alle istituzioni il mutamento del quadro impresso da un conflitto alle porte d’Europa?
«La prima è che non vi è dubbio che da un lato bisogna sempre mantenere saldi i rapporti con la Nato e tutto l’Occidente. Ma dall’altro lato, dalle parole bisogna passare ai fatti per dare all’Europa maggiore peso, in sede politica e militare. Perché non si può pretendere di avere un ruolo importante e non mettere in campo risorse per esercitarlo. Serve un’Europa che non si occupi delle zucchine e della loro lunghezza, ma dei grandi temi, quali difesa, immigrazione, economia e politica internazionale».
Questa misura che sta prendendo il governo sui carburanti è una prima mano tesa per cercare una gestione condivisa con le opposizioni della crisi geopolitica?
«In verità, questa misura, non certo della sinistra, è sempre stata nel programma di centrodestra. E quindi penso che in tempi brevissimi un meccanismo che neutralizzi le accise per contenere i prezzi della benzina e del gas possa essere varato dal governo».
In altre parole, ritiene che il clima di tensione dovuto al referendum non consenta un barlume di unità nazionale in questo passaggio drammatico della storia?
«Questa crisi purtroppo capita nel mezzo di un acceso dibattito politico sul referendum: sperare che da qui al 24 marzo ci sia una vera condivisione su questi temi è utopistico. Ma sul blocco delle accise vedo che è a favore anche la sinistra e su quello si potrebbe creare un accordo, se c’è la comune volontà politica».
Ha fatto bene Meloni ad anticipare il suo intervento in parlamento? Forse ha preferito distanziarlo dal voto referendario per evitare che l’onda lunga delle polemiche tracimasse nelle urne?
«Faccio una battuta: quando l’opposizione chiede di sentire un ministro o il premier, lo fa anche prevedendo che magari non verrà, quindi non sempre all’opposizione piace che poi vengano veramente in parlamento le persone a cui è stato chiesto di venire. Magari Meloni ha pensato, “volete che io venga? Va bene, vengo!”. A parte gli scherzi, credo che la premier di fronte a quanto sta succedendo abbia pensato fosse giusto non aspettare il 18 marzo e venire prima. Quindi dimostrando un senso di responsabilità apprezzabile».
La guerra non sembra avere una fine ravvicinata: con questi contraccolpi sull’economia italiana, il nostro governo dovrebbe farsi interprete del sentimento del paese invocando uno stop agli attacchi missilistici o è giusto restare in stand by, mancando ora sufficienti elementi per giudicare, come ha detto la premier?
«Se non vogliamo prenderci in giro, la massima latina “ad impossibilia nemo tenetur”, ovvero nessuno è tenuto a fare l’impossibile, va tenuta in considerazione. È impossibile che oggi un pronunciamento di un paese europeo modifichi ciò che sta avvenendo. L’Italia non ha aderito alla guerra e ci sono eventi che possono passare sulla testa di nazioni non coinvolte e addirittura di tutta l’Europa. Quando dico che occorre una maggiore capacità di peso politico e militare dell’Europa mi riferisco anche a questo. Oggi si può fare solo una moral suasion e l’Italia la sta facendo, dicendosi disponibile ad allargare la possibilità che dal conflitto si passi ad una fase negoziata e a trovare il sostegno alle giuste cause, senza che il nostro paese entri in un conflitto. Ma vorrei porre un altro elemento di riflessione...».
Prego.
«Quando gli iraniani di fronte ai segnali di contrarietà del proprio popolo al loro regime, hanno ucciso in pochi giorni quasi 40mila persone, non c’è stata una sollevazione in nessuna parte d’Europa dell’establishment di sinistra».
Una reazione che in Italia ha accomunato l’intero arco parlamentare, o no?
«Beh soprattutto ascrivibile al mondo della sinistra, anche se una certa assuefazione a questo modo di pensare è più larga del solo mondo della sinistra. In Italia riguarda i 5stelle, tutta l’opposizione e devo dire che anche qualche angolo della maggioranza non è che si sia troppo scaldato. E questo dato va tenuto in grande considerazione. Certo è che in Iran ciò che manca è un’opposizione interna organizzata, non c’è neanche un partito. Vedo quindi un’enorme difficoltà a modificare il regime iraniano e credo che il vero obiettivo raggiungibile sia impedire la proliferazione nucleare, un obiettivo comprensibile».
Con la guerra, il Referendum è passato in secondo piano. Per il fronte del Sì, che punta sulla partecipazione, è un problema in più?
«Il problema della partecipazione influirà anche sull’esame del risultato: chiunque vincerà, se vincesse con una bassissima partecipazione, non potrebbe pretendere che al risultato del referendum si attribuisca una grande valenza politica. Certo, una valenza comunque la avrà ma dipenderà anche da quanti la esprimeranno: se andrà a votare una cifra vicina al 50 per cento degli elettori ha un senso, ma sotto il 45 per cento l’influenza dei fattori esterni avrà la meglio su una considerazione di cosa pensano gli italiani della questione. Ma c’è un fattore importante da tenere bene in conto».
Quale?
«Ho visto il post di Meloni che cerca di riportare l’attenzione sul merito del referendum, che non riguarda il contrasto tra politica e magistratura o la durata dei processi: si chiede che la magistratura non sia dominata dalle correnti, ma rispettando l’indipendenza vera dei giudici. E se è giusto che i magistrati, pm e giudicanti, stiano sulla stessa barca oppure no. Infine, se a giudicare sulle loro eventuali inadempienze debbano essere magistrati scelti dalle correnti o un organo scelto con sorteggio, diverso dagli stessi Csm».
Ma gli stessi giudici non sembrano essere d’accordo...
«Vedo che si stanno esprimendo troppo poco i magistrati, perché a esprimersi per il Sì sono guarda caso ex pm come Di Pietro, che non hanno niente da temere. L’80 per cento dei magistrati sta rimanendo invece in silenzio. Vorrei che questa maggioranza silenziosa ci dicesse se è per il Sì o per il No. Se parlassero tutti, una cosa sarebbe sicura: chi capisce di legge sa che questa riforma non ha nulla a che vedere con il fatto che la politica abbia un peso maggiore nei confronti della magistratura, casomai è esattamente il contrario. Poi ciascuno, badando al merito reale delle riforme, potrebbe scegliere il sì oppure il no».
A proposito di riforme contestate, concorda con la decisione della maggioranza di cambiare la legge elettorale?
«Non conosco la norma proposta nei dettagli, ma mi piace che a quanto mi dicono vi sarà un minore rischio di pareggio, perché la cosa peggiore è proprio la via di mezzo. Quando non vince nessuno, anziché i cittadini, sono i partiti a decidere e mi pare che questo progetto di legge voglia evitare questo rischio. Ma non capisco perché la sinistra a priori, almeno ufficialmente, sia contraria. Se lo è significa che è convinta di non poter vincere. Se questa legge farà vincere chi ha un voto in più, se il “campo largo” è convinto di avere più consensi, dovrebbe essere contento di questa legge. Quindi: o sono certi di perdere o fanno solo finta di essere contrari».
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