I governatori del Nord incontrano Salvini, Fontana sponsorizza Zaia
Il presidente della Lombardia posta la foto su Fb la foto di gruppo. Continua il dualismo politico con Sefani, che durerà nel tempo

Esterno milanese, la terrazza assolata di un hotel affacciato sul Duomo. Da sinistra: Massimiliano Fedriga, Alberto Stefani, Matteo Salvini, Attilio Fontana, Maurizio Fugatti e, allegramente disallineato, Luca Zaia.
Al buffet con il segretario della Lega – che precede la parata sovranista dei Patrioti europei – il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia e il Trentino schierano i rispettivi governatori mentre il Veneto bifronte abbina il giovane presidente in carica e il popolare predecessore, a conferma di un dualismo, politico più che istituzionale, destinato a perdurare.
Né appare casuale la modalità di divulgazione della foto: a postarla, nel profilo Fb, provvede il citato Fontana, tenace sostenitore della causa nordista e dell’inclusione dell’alleato Zaia al vertice del partito (o a capo di un ministero di prima fascia) in veste di garante dell’autonomia differenziata e dell’attenzione alla questione settentrionale.
Oscurate, nella vulgata padana, dai miliardi pubblici stanziati a Roma Capitale e Ponte sullo Stretto. Ma aldilà dei convenevoli, di che hanno discusso gli ospiti? «Chiacchiere di cortesia, un semplice saluto», l’asettica versione ufficiale.
Lievemente corretta da indiscrezioni successive raccolte tra i protagonisti, che alludono alla sostanziale estraneità degli amministratori e della delegazione di Governo all’afosa giornata milanese, dominata dai rappresentanti dell’estrema destra europea – unici oratori ammessi accanto al Capitano – con i governatori e gli stessi ministri silenziati e relegati al margine del palco.
Così, al sospirato rompete le righe, Stefani sgattaiola dalla piazza senza proferire verbo, imitato da Zaia che riserva all’evento un post di tre righe («Grande manifestazione, vogliamo un’Europa più vicina ai nostri territori» ) e una manciata di immagini.
L’adesione del Nordest? Discreta sul versante friulano, con i veterani di Pordenone e Udine in prima linea, mentre in campo veneto il commissario Andrea Tomaello manifesta soddisfazione (« È andata bene, nonostante i concomitanti impegni nei comuni al voto») e stima l’affluenza in «quasi duemila persone», veicolate da pullman, treni e convogli colorati di auto.
Così, tra bandiere e trombe da stadio, sparuti gruppi di sindaci e ragazze tatuate in verde, il colpo d’occhio scorge una predominanza padovana e veronese (terra promessa del presidente della Camera, Lorenzo Fontana) rispetto alle tradizionali roccaforti di Treviso e Vicenza.
È il comprensibile riflesso del nuovo baricentro successivo alle elezioni regionali, che nella terra del Santo, oltre alla leadership stefaniana, inanella l’influente Massimo Bitonci, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, Roberto Marcato (assente et pour cause, vista la sua allergia all’ultradestra), l’emergente Daniele Canella.
«Il movimento oggi è più compatto rispetto al passato e la risposta dei militanti lo testimonia», commenta al riguardo Stefano Baraldo, in corteo con i Giovani Padani, colpito dalla «presenza di tanti ragazzi sensibili alla difesa della nostra identità minacciata dall’immigrazione selvaggia e da una globalizzazione che cancella le culture».
Alle sue spalle, trattori, musica folk, cori ritmati contro Ue e Islam, fino allo striscione “Se ghé da darse se demo” , la risposta ruspante ai proclami minacciosi lanciati dai centri sociali. —
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