Bindi: «La sanità non è un bancomat, servono più risorse per salvare il nostro modello»

L’ex ministra sui casi di suicidio giovanile: «Non serve il bonus psicologo, ma servizi integrati, prevenzione e comunità»

Marco Ballico
L'ex ministra Rosy Bindi sarà mercoledì a Trieste
L'ex ministra Rosy Bindi sarà mercoledì a Trieste

Rosy Bindi cita l’articolo 32 della Costituzione. La premessa chiave per ricordare che «il servizio sanitario, al quale è affidata la nostra salute, non può discriminare in base al reddito, all’età, alla cultura, al luogo di nascita o residenza». E, per questo, «va corretto, non smantellato».

L’ex ministra, cui si deve la riforma che porta il suo nome, «in cui correggemmo le distorsioni introdotte dai decreti De Lorenzo», torna a Trieste mercoledì al cinema Ariston di via Gessi, per l’incontro “Per una sanità uguale per tutti” (ispirato al suo recente libro edito da Solferino). Dalle 17, dopo la presentazione dello psichiatra basagliano Peppe Dell’Acqua, Bindi interverrà sul Sistema sanitario nazionale (Ssn), tra memoria e futuro. In chiusura ci sarà un dibattito pubblico allargato alle tematiche della medicina di comunità, dei programmi di salute mentale, dell’accesso ai servizi. L’obiettivo, spiegano i promotori – Coordinamento per la difesa della sanità pubblica di Trieste, dal Forum salute mentale e dal Collettivo Marco Cavallo 2023 –, è di «continuare a informare e denunciare la profonda regressione che stanno vivendo i servizi territoriali a Trieste».

Bindi, che indicazione dà il suo libro alla politica di oggi?

«Ripercorro la storia del Servizio sanitario, dalla riforma del 1978 alla controriforma degli anni successivi, fino al tentativo dei governi dell’Ulivo, di cui proprio in questi giorni si celebra l’anniversario della nascita, di riportarlo ai principi costituzionali dopo la stagione in cui il diritto alla salute è stato reso finanziariamente condizionato. L’indicazione la dà l’articolo 32: solo un sistema davvero uguale per tutti garantisce il diritto alla salute».

Oggi quali sono i nodi principali?

«Abbiamo una sommatoria di sistemi regionali, non sempre coerenti con l’universalismo. Molti modelli organizzativi si allontanano dai principi della legge 833 e del decreto 229, la mia riforma, mentre assistiamo a una presenza crescente dei privati nell’erogazione e nella produzione di servizi, spesso senza adeguata regolazione».

Il ruolo di fondi e assicurazioni?

«Spostano il diritto dalla persona al lavoratore o al benestante. È una regressione: i sistemi universalistici si finanziano con la fiscalità generale, non con le assicurazioni».

Un’analisi severa per cambiare modello?

«Al contrario, per dimostrare che possiamo ancora salvare il nostro modello, che costa meno e produce più salute, come conferma il fatto che la salute degli italiani è tra le migliori al mondo proprio grazie al sistema sanitario nazionale».

Le soluzioni per rilanciare la sanità pubblica?

«Più risorse, programmazione, integrazione socio-sanitaria, rafforzamento delle cure primarie, riqualificazione della rete ospedaliera e, soprattutto, investimenti sul personale».

Personale che va pagato di più?

«Innanzitutto, c’è bisogno di avere il personale che serve. Non mancano medici in assoluto, ma medici di famiglia, anestesisti, professionisti per il pronto soccorso e alcune specialità. La carenza di infermieri è la più grave. Serve un nuovo rapporto con l’Università e, sì, stipendi più adeguati».

Come fare del privato un alleato e non un concorrente?

«Dipende da regole e programmazione. Gli accordi devono essere chiari e coerenti con l’interesse pubblico: il privato non può sostituire il sistema, ma integrarlo dove serve».

A Trieste si sono registrati dolorosi casi di suicidio nella popolazione giovanile. Che cosa non funziona?

«Le prime vittime di un sistema impoverito sono le fragilità: disabili, dipendenze, malattia mentale. Abbiamo trasformato un sistema che doveva produrre salute in uno prestazionale. Non basta curare la malattia: bisogna prendersi cura della persona nella sua interezza. Il disagio giovanile non si risolve con il bonus psicologo, ma con servizi integrati tra sanità e sociale, con relazioni, prevenzione e comunità». —

 

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