Nel voto finale alla Camera Meloni saprà se la maggioranza c’è ancora

Il voto segreto sulla riforma elettorale avrà il valore di una sentenza senza appello: la premier, ostaggio di Vannacci, teme il colpo di grazia

Carlo BertiniCarlo Bertini
Giorgia Meloni (foto Epa)
Giorgia Meloni (foto Epa)

Come mai prima d’ora Giorgia Meloni soffre nell’attesa. Giovedì la prima premier donna della repubblica italiana saprà se ha ancora una maggioranza che le ubbidisce o se la sua lunga corsa è arrivata al capolinea. Il voto segreto sulla sua riforma elettorale –  succedaneo del PREMIERATO, grazie al nome del candidato a palazzo Chigi stampato sul patto di coalizione – avrà il valore di una sentenza, senza appello.

Un sì le consentirebbe di tornare alla carica rilanciando le amate preferenze al Senato; e di tirar dritto ancora un anno, potendo sventolare almeno una bandiera, in mezzo a tanta penuria di risorse ed a una crisi energetica alle porte. Un piccolo risultato, ma pur sempre un risultato Un tonfo in aula sotto i colpi dei franchi tiratori nel voto finale sull’intero provvedimento sarebbe un voto di sfiducia.

Ostaggio di Vannacci

Anche se da mercoledì Giorgia accetta di essere ostaggio di Roberto Vannacci, avendo fatto votare il suo emendamento sulle preferenze rifiutato dagli alleati, la sua intenzione è quella di Salvini e Tajani è non mollare, di procedere senza fermarsi, continuando a governare senza darsi troppa pena: come quando Forza Italia ha dovuto abbandonare il sogno della separazione delle carriere dei giudici, infranto da un voto popolare sulla riforma della Giustizia che fece molto male a tutti.

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Carlo BertiniCarlo Bertini
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Ma il secondo colpo al mento, per giunta per mano della sua compagine parlamentare avrebbe il sapore di un regicidio, di un ammutinamento del Bounty. E forse non sarebbe possibile glissare.

Incognita Mattarella

A quel punto si aprirebbe un capitolo altamente scivoloso, un braccio di ferro con il Quirinale sui tempi e la data delle politiche. Ma prima ancora una frizione sulla ricerca di una soluzione ponte di qui alla fine della legislatura, ovvero per i prossimi quindici mesi. Non un lasso di tempo banale, quindi.

Vero che lei e la sua antagonista Elly Schlein hanno già fatto sapere che non darebbero il placet a un governo di larghe intese o di transizione, ma le armi del Colle sono infinite e spesso la volontà dei leader si infrange sui muri delle Camere.

Anche perché non prima del 20 settembre i peones matureranno 4 anni sei mesi e un giorno di legislatura utili per avere una pensioncina. E dopo un eventuale scioglimento delle Camere devono passare almeno due mesi prima di aprire le urne. Impossibile votare a Natale, dunque. Andare prima a casa non converrebbe poi a centinaia di eletti, pronti a vender cara la pelle.

La conta degli assenti

Come sempre poi, nel day after di una sfida campale persa per un voto si contano gli assenti e i magnifici fanno più rumore anche se giustificati, come Giancarlo Giorgetti, Giulio Tremonti, Debora Bergamini, il viceministro Federico Freni. Anche Meloni non ha votato, ma un premier non vota mai in aula, lo fece forse una volta Andreotti.

E come sempre si stilano le percentuali per stabilire colpevoli e innocenti. Il gruppo della Lega contava al momento della verità sulle preferenze il 7 per cento di assenti, quello di Forza Italia la metà. Utili indizi per puntare i fucili del plotone di esecuzione se qualcosa andasse storto.

Dilemma urne

Il voto finale alla Camera sulla legge elettorale sarà dunque la prova del fuoco di questa maggioranza e forse il capitolo finale del governo Meloni. zSe la legge non passa è un problema enorme», ammettono da palazzo Chigi, dove l’ordine di scuderia è «il governo va avanti» e quindi niente fantascenari di elezioni anticipate in fretta e furia, perché al giorno 15 luglio 2026, tra i Fratelli d’Italia non ci crede nessuno.

Magari potrebbero cambiare idea in molti se le cose andassero male. Perché a quel punto come faceva notare Ignazio La Russa, il più scaltro tra i fratelli, ci sarebbe un evidente problema politico, mentre anche il disastro di martedì potrebbe essere ascritto agli incidenti di percorso, se pur grave.

Il lodo La Russa

Il presidente La Russa mette in conto che quando la riforma elettorale arriverà in senato, la maggioranza potrebbe tranquillamente riproporre l’emendamento della discordia sulle preferenze per farlo votare a petto e faccia in fuori, visto che a palazzo madama la pratica del voto segreto non è consentita.

A quel punto tutti sarebbero obbligati a venire allo scoperto. E le chiacchiere, ovvero le furbate sottobanco, starebbero a zero. Peccato che a quel punto la legge dovrebbe poi tornare di nuovo a Montecitorio, dove Meloni potrebbe ricorrere alla fiducia.

Peccato che le causidiche prassi regolamentari a Montecitorio prevedono un doppio voto, sulla fiducia e sul provvedimento nel suo complesso. Quest’ultimo sarebbe uno scrutinio segreto e a quel punto i franchi tiratori dovrebbero avere il coraggio di bocciare l’intera legge elettorale di Giorgia, non solo le odiate preferenze. Ed ecco che di nuovo il precipitare verso urne anticipate diventerebbe una ipotesi concreta.

La riforma elettorale è infatti l’ultima bandiera che Giorgia può sventolare. Delle tre grandi rivoluzioni sistemiche promesse agli elettori, premierato, riforma della giustizia e autonomia regionale, ne rimane solo mezza.

Autonomia sul tavolo

Non è indifferente che proprio giovedì l’aula del senato, in coincidenza con il voto segreto alla Camera sulla legge elettorale voti in aula le intese delle regioni del nord preparate da Calderoli sulle materie trasferibili dallo stato prima della riforma dei Lep. Qualcuno potrebbe pensare che la Lega vuole una prova d’amore da Giorgia per poter ricambiare senza remore sulla legge elettorale. Ma sono solo malignità gratuite, tra le tante che circolano in queste ore convulse nei due emicicli.

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