Sensi sulle difficoltà del campo largo: «Il flop di Napoli è colpa della foto a quattro»
Il senatore del Pd: «Il format da cda ristretto con Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni non può funzionare»

«Il flop di Napoli è figlio della foto a quattro nella birreria romana: quel format da consiglio di amministrazione ristretto tra Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni non funziona». Il senatore Filippo Sensi, già portavoce di Renzi, un riformista tra i più critici verso una gestione del Pd troppo schiacciata sui 5stelle, non ha alcun timore di dire le cose come stanno.
Anche sul rinvio del comizio di Padova che svela il rischio di un replay della piazza napoletana semivuota.
«Insomma se l’impressione che si dà è quella di un “campo stretto” con delle barriere ai lati, l’esito non può che essere quello. E attenzione a tenere fuori Renzi tentando una sorta di sostituzione etnica della sua figura con altre piccole sigle di sindaci e centristi vari».
Cosa è che non funziona del messaggio trasmesso dal ‘nucleo duro’ della coalizione?
«Quello di procedere per cerchi concentrici. L’esito di Napoli era scritto. Non è tanto questione di un asse politico troppo spostato a sinistra. Ma l’idea che la costruzione di un’alleanza sia una sorta di accordo a quattro, con il resto delle forze moderate che sporge da fuori il recinto».
In Veneto sono preoccupati che l’area cattolico-liberale della coalizione non si senta coinvolta e diserti la piazza. Sbagliano?
«Il rinvio di Padova deriva anche dal fatto che c’è una battaglia dura sulla legge elettorale e i leader della coalizione sono tutti alla Camera dove si combatte. Ma ovvio che l’esito di Napoli ha avuto delle conseguenze».
Quali?
«Se l’esito della prima uscita del patto di sindacato del campo largo è stato una scarsa partecipazione, due contestazioni e qualche comizio, qualcuno si è giustamente chiesto se fosse il caso di fermarsi un attimo per provare a organizzare un appuntamento padovano più partecipato. Se deve essere un bis di Napoli, lo eviterebbero tutti volentieri».
In Veneto stavolta andrebbero coinvolti Renzi e gli altri centristi?
«Beh, se il nocciolo che tiene insieme la coalizione è - come si dice – quello delle battaglie fatte insieme in Parlamento, Italia Viva e +Europa ci sono naturalmente dentro. Molte iniziative di legge e mozioni parlamentari sono state fatte tutti assieme. Se il criterio è quello, non si capisce perché escluderli. Ma è ovvio che esiste un tema Renzi...».
Cioé?
«È chiaro che per 5stelle e Avs è un punto critico, mentre non lo è per il Pd e Schlein. Il punto è che qualcuno vuole dare le carte, tanto che alcune sigle moderate sembrano solo finalizzate a sostituire Renzi per avere una parvenza di copertura al centro. Ci sono movimenti ben voluti da alcuni maggiorenti del Pd - e penso a quello di Onorato sponsorizzato da Bettini – per attuare una sorta di sostituzione etnica, tenendo fuori Renzi potendo dire che nel campo largo c’è già tutto e non c’è bisogno di imbarcare l’ex premier con tutti i problemi che eventualmente può dare».
Questo a scapito del fatto che lui è il più duro contro Meloni?
«Lui ha una sua capacità di farsi ascoltare ed oggi è l’esponente che esercita l’opposizione più forte alla destra e a Meloni. Dunque il sospetto, non mio, ma di altri, è che certe operazioni siano pensate più per il re di Prussia, ovvero Giuseppe Conte, che non per il Partito democratico. Al centro c’è il progetto Casa Riformista, quello di Ruffini, uno di Spadafora, c’è Picierno... Un gran movimento. Attenzione però all’idea che per sostituire Renzi si produca un suo clone, un suo succedaneo, per poter dire “No tu no”, resti fuori. Si rischia di perdere pezzi di elettorato sensibili a quell’offerta politica».
Ma Schlein non era quella del “testardamente unitari”?
«L’unità va anche praticata: bisogna mettere insieme tutti quelli all’opposizione e un profilo che parli a tutti i pezzi di paese delusi dalla destra».
E sul merito delle questioni cruciali, come comporre una linea unitaria sul nodo Ucraina?
«Se la piazza diventa l’occasione per dire che la minaccia russa è un’invenzione non va bene. Travaglio sul Fatto dice che non esiste più destra-sinistra ma disarmo-riarmo e che si sta da una parte o dall’altra. Peccato che dalla parte del disarmo ci siano pure Vannacci e la Lega. Facciamo a capirci: se il nostro campo viene destrutturato così, diventa “una coalizione ghanese”, come la loro bandiera giallo-rossa e verde con la stella nera. Una coalizione 5Stelle-Avs-Lega-Vannacci, con cui il Pd non ha nulla a che spartire. Dove stiamo andando quindi? Una coalizione di centrosinistra deve essere in grado di sostenere l’Ucraina come Meloni è riuscita a fare, purtroppo con sempre minor convinzione».
E ha senso aspettare l’autunno per sciogliere i nodi di programma?
«Per me andrebbero sciolti da ieri. Ma parlare di programma ora incontra il veto di M5s. Invece delle cinque priorità che una coalizione deve offrire al paese bisognava parlarne da ieri».
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