Meloni battuta alla Camera e quel sospetto di sgambetto degli alleati di centrodestra

La premier Giorgia Meloni incassa una sconfitta alla Camera sulla riforma elettorale. Tra sospetti di franchi tiratori, tensioni con Lega e Forza Italia e ipotesi di voto anticipato, la maggioranza entra in una fase delicata

 

Carlo BertiniCarlo Bertini
Legge elettorale, Meloni va sotto sul voto segreto: tensione nella maggioranza
Legge elettorale, Meloni va sotto sul voto segreto: tensione nella maggioranza

Alla fine, parte il solito film di un voto anticipato: Giorgia si è fatta bocciare in aula per andare subito alle urne, prima di finire fuoristrada senza benzina. Sarebbe dunque stata lei a ordire il suicidio in aula per tirarsi fuori dalla palude.

Insieme al fanta scenario però parte anche la fiera dei sospetti: «Ragazzi, visto che i franchi tiratori non sono di FdI, è una manovra degli alleati?», si chiedono in molti.

Il voto mancante, quello che ha causato la disfatta, dicono i maligni, sarebbe di Giancarlo Giorgetti. Apriti cielo. Il gatto e la volpe in questo scenario sarebbero Salvini e Tajani, che avrebbero fatto finta di appiattirsi sui voleri di Meloni per poi dare libero sfogo ai franchi tiratori, facendo contente le proprie truppe terrorizzate dalla spesa immane di cercarsi voti sui territori con campagne defatiganti.

Come sempre in questi casi, il sospetto trionfa e nessuno si fida più. Gli assenti vengono contati uno ad uno, i contrari della vigilia vengono messi alla gogna, i salviniani sono nel mirino, ma non meno gli azzurri. Parte lo scaricabarile. Nessuno sa come finirà questa partita. Se il buon giorno si vede da questo primo inciampo, cosa succederà su tutte le altre votazioni a scrutinio segreto non può prevederlo nessuno. Ognuno si sentirà autorizzato a far secchi gli articoli più indigesti e via così verso il burrone per l’ultima riforma qualificante di questa maggioranza, dopo il flop, di Premierato e Giustizia. Insomma un disastro annunciato.

Dire infatti che Giorgia non l’aveva messo in conto non sarebbe corretto. Addirittura nel pomeriggio girava voce di una exit strategy per vendicarsi di un possibile crash sulle preferenze: farle ripresentare al Senato dove il voto segreto è vietato e far uscire tutti a volto scoperto con le mani alzate. Per poi tornare alla Camera con il testo caro alla premier, da bollinare con un voto di fiducia senza appello a settembre. Una strada molto scoscesa e irta di insidie, ma tant’è.

Perché la botta comunque è forte e la scommessa, per ora, persa. Tanto da far ringalluzzire le opposizioni che adesso chiedono elezioni come se avessero vinto la partita del cuore. Senza sapere che magari fanno un favore ad una Meloni già indirizzata verso questa soluzione. Del resto, sia lei che Schlein hanno detto a più riprese che al prossimo giro ci sono solo le urne e che nessun governo del presidente o di transizione sarebbe possibile.

La sfida del resto era di quelle campali, non a caso in aula alle cinque della sera c’è mezzo governo, tutti i leader di maggioranza sono schierati, da Tajani a Salvini, non a caso delle opposizioni non manca nessuno, Schlein, Conte e tutti gli altri sono al loro posto pronti a dar battaglia. Non a caso una dem Patrizia Prestipino indossa una maglietta con l’effige di Che Guevara e la frase «chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso».

La scelta di chiedere voti segreti su tutti gli emendamenti la dice lunga, la sinistra vuole fare di questa la battaglia della legislatura in difesa della Costituzione. Non importa perderla. Ma bisogna far vedere “alla nostra gente” e ai giornali amici che facciamo le barricate, altrimenti ci sarebbe l’accusa di inciuci sottobanco.

I Fratelli d’Italia sono terrorizzati dei franchi tiratori, i voti a scrutinio segreto spalancano una sorta di gran canyon in cui Giorgia non intende sprofondare. Prova a sminar la trappola sfidando le opposizioni “a metterci la faccia” senza voti segreti ma quelle non abboccano e li chiedono su tutti gli articoli. Un unicum e la presidenza della Camera lo concede.

Per tutto il giorno non sono pochi i bocconi indigesti che a Giorgia restano “sul gozzo” come dicono a Roma. Come i ricattini degli alleati, vedi Salvini che pretende una accelerazione alle intese delle regioni del Nord sull’autonomia, che vanno in Senato oggi e domani. Oppure le assenze ingiustificate, nella chat della Lega volano improperi verso gli assenti. «Che fine hanno fatto tizio e caio», chiede al vicesegretario Crippa un Capitano infuriato, dopo che al primo giro di giostra sulle pregiudiziali di costituzionalità ne mancavano diversi.

Indizi di un doppio gioco? Fare la parte del fedele alleato che accetta il compromesso sulle preferenze, per poi crogiolarsi della caduta di Giorgia?

Certo la Lega del nord non si straccerebbe le vesti se lo “stabilicum” venisse affondato per sempre, se restassero le sfide nei collegi dove gli uomini del Carroccio sbaragliano tutti in Veneto, Lombardia e FVG. Il Capitano lo sa e per questo è uno dei sospettati principali. L’altro è Tajani, ma tutti comunque sono sotto osservazione nel giorno degli sciacalli.

La maggioranza del resto era arrivata alla Camera con un accordo scritto col sangue. Un Listone nazionale bloccato con i nomi decisi dai segretari di partito e un listino locale con un capolista blindato e tre nomi a seguire, senza alternanza di genere.

La mediazione delle liste semi blindate e delle preferenze mignon metteva d’accordo tutti.

Vannacci era il convitato di pietra. Ha sfidato Giorgia a tirare fuori gli attributi e l’ha fatta cadere nel fosso. Il primo round tutto sommato va al generale.

 

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