I tre nodi che aggrovigliano il rebus della legge elettorale

Premio di maggioranza, indicazione del premier sulla scheda e preferenze: le principali questioni attorno a cui si tratta spiegate bene. In gioco delicati equilibri e posizioni di potere, con la spada di Damocle finale della Consulta

Roberto Morelli

 

Chissà se la montagna partorirà il topolino. Se avremo il quarto nuovo sistema elettorale nelle ultime nove elezioni, dopo averne avuto uno che durò per cinquant’anni.

Se saremo il primo Paese occidentale ad avere sostanzialmente (anche se non formalmente) l’elezione diretta del primo ministro. Se permarrà la negazione del voto di preferenza che spacca la maggioranza (Fdi pro-preferenze, Forza Italia e Lega contrarie). Chissà se il tutto sopravviverà alla mannaia della Corte costituzionale, che l’ha già esercitata ampiamente nell’ultimo decennio.

Mille incognite

È una ridda d’incognite la riforma del sistema elettorale che riapproda alla Camera martedì prossimo. Ed è tema apparentemente tecnico, ma di rara importanza, poiché nulla quanto il metodo di voto influenza e indirizza i risultati in una direzione o nell’altra.

Non è un caso che dagli anni Novanta quasi tutti i governi abbiano cercato di mettervi mano, spesso riuscendovi. Il che segnala già a priori la più grave delle anomalie: il sistema elettorale dovrebbe avere il rango di legge costituzionale e non ordinaria, per metterlo al riparo dai cambiamenti continui che riflettono solo la convenienza del momento. Molti sono i punti della riforma che infiammano il dibattito politico.

A beneficio del lettore, che non merita il flagello di un’infinità di tecnicismi, i nodi sono tre: il premio di maggioranza, l’indicazione del premier e per l’appunto le preferenze.

Il premio di maggioranza

La bozza prevede che la coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti ottenga fino al 55% dei seggi. Nel bilanciamento tra proporzione e governabilità, i due elementi contrapposti di ogni sistema elettorale (da una parte la perfetta corrispondenza tra voti e seggi, dall’altra la necessità di governare un Paese con una maggioranza chiara), la scelta è quindi il ritorno al proporzionale con un premio di coalizione.

Al di là della possibile illogicità di una soglia così netta e priva di gradualità, che potrebbe non piacere alla Corte costituzionale (con un voto in meno del 42% il Parlamento ne esce proporzionale, con uno in più maggioritario), un premio è soluzione quasi indispensabile se si vuole attribuire al voto, e quindi ai cittadini, la facoltà di esprimere una maggioranza.

Le alternative sarebbero un sistema maggioritario come in Gran Bretagna (estraneo per la sua drasticità alla nostra cultura politica), uno a doppio turno come in Francia (che ha il lato negativo del crollo di votanti al ballottaggio), o altre soluzioni miste e comunque funzionanti come in Germania e Spagna. Altrimenti non rimane che la restaurazione proporzionale, con tutte le storture e la deriva “partitocratica” che affossò l’Italia per cinquant’anni, e della quale pare che ci siamo dimenticati.

Né convince l’obiezione che con il premio una maggioranza di governo potrebbe facilmente nominare da sola la suprema carica di garanzia, il capo dello Stato. Già oggi è così: dal terzo scrutinio in poi, il presidente della Repubblica è nominato a maggioranza dei componenti del Parlamento integrato dai delegati regionali.

L’indicazione del premier

Svanita (almeno per ora) la proposta strutturata di premierato d’inizio legislatura, ne sopravvive lo spirito. Il nome del candidato presidente del Consiglio dovrebbe comparire nel programma, ma non nel simbolo, anche per salvaguardare il potere di nomina da parte del capo dello Stato.

Si obietta che anche così il sistema vincolerebbe il Quirinale, pregiudicandone i poteri. Ma è un falso problema. Nel nostro sistema istituzionale, il presidente della Repubblica non ha affatto un potere decisionale autonomo nella nomina del capo del governo, ciò che sarebbe un potere politico che egli non ha (e sarebbe pericoloso avesse, con presidenti privi della saggezza e dell’equilibrio di Mattarella).

Il presidente deve scegliere il premier che possa ottenere la fiducia del Parlamento: o glielo indicano i partiti, o lo scelgono i cittadini. Nel primo caso abbiamo avuto (2018, 2019) Giuseppe Conte, all’epoca un Carneade assoluto che probabilmente Mattarella non aveva neppure mai sentito nominare, e che parte degli italiani scambiò con l’Antonio Conte allenatore.

Nel secondo caso (2001, 2006, 2008) abbiamo avuto Berlusconi e Prodi, la cui piena investitura elettorale fu indiscutibile e, per l’elettorato, coinvolgente. Ci si dimentica infatti che nella realtà l’indicazione diretta del primo ministro c’è già stata. Nella prima decade degli anni Duemila gli italiani sapevano bene per chi e cosa votassero, e non era l’omonimo di un allenatore.

Scelsero tra due proposte politiche, due volti, due credibilità. Nel 2006 i nomi di Prodi e Berlusconi erano sul contrassegno elettorale. L’allora presidente Napolitano preferiva di certo il primo e poi gli diede l’incarico, ma non l’avrebbe mai fatto se a vincere quelle elezioni fosse stato Berlusconi. Non è questa democrazia?

Il voto di preferenza

È diventato, con buone ragioni, il punto di scontro più radicale. La possibilità di scegliere i parlamentari è stata sottratta da tempo agli italiani, con un umiliante esproprio operato dai leader di partito: liste bloccate, prendere o lasciare. Oggi l’elettore non conosce, neppure sa chi siano i candidati, spesso catapultati da altrove per ordine dall’alto.

Il criterio di scelta non è certo la qualità del candidato (che tanto nessuno voterà), bensì la sua presunta fedeltà e la certezza che non cambi casacca (il che succede comunque). Il Parlamento si è così riempito di mezze figure senza spessore né competenza, il cui compito è pigiare un bottone. Purtroppo questo furto di democrazia piace a tutti i leader politici che fingono di avversarlo, attribuendo loro un potere assoluto nella scelta di deputati e senatori.

Ma è proprio qui che si misura la futura riforma. Se all’elettore continuerà a mancare la possibilità di scegliere gli eletti, proprio nel momento in cui gli si chiede di scegliere il primo ministro, qualsiasi riforma nascerà monca e respingente.

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