Referendum sulla giustizia, dalla paura un assist al Sì

La guerra in Iran, la spaventosa estensione dei fronti colpiti potrebbe produrre una conseguenza immediata nella politica interna italiana: uno slancio del fronte del Sì, malgrado i contraccolpi sulle tasche dei cittadini per i rincari.

Carlo BertiniCarlo Bertini
La guerra in Iran
La guerra in Iran

Quando si dice l’eterogenesi dei fini. Non sono rari i casi in cui una circostanza tragica può trasformarsi in un insperato aiuto per una coalizione di governo.

La guerra in Iran, la spaventosa estensione dei fronti colpiti potrebbe produrre una conseguenza immediata nella politica interna italiana: uno slancio del fronte del Sì al referendum sulla giustizia, malgrado i contraccolpi sulle tasche dei cittadini per i rincari.

Se il rischio di una terza guerra mondiale e l’esito di un quesito su un tema circoscritto possono sembrare due temi sideralmente lontani, in realtà non lo sono affatto seguendo il principio di causa ed effetto che regola i fenomeni politici.

Una reazione ricorrente in tempi di guerra, è la tendenza delle popolazioni a ripararsi sotto l’ombrello teso dai propri governanti. Una reazione umana, dettata dalla paura e dal voler preservare al di là di tutto la propria sicurezza. E in quest’ottica, il voler rafforzare la stabilità del governo, a prescindere dallo stato di salute dell’economia aggravato dalla guerra, potrebbe indurre un buon numero di indecisi a difendere quella che viene considerata una cintura di sicurezza.

Non bisognerebbe sorprendersi, se a dispetto della tendenza che vede il No in corsia di sorpasso, lo scenario si trasformi in una vittoria dei Sì alla riforma delle carriere dei giudici.

Vero che il governo esce ammaccato dall’inconsistenza del suo ruolo di pontiere tra Europa e Usa, dalle ricadute economiche già visibili in Borsa e dall’affaire Crosetto: che ha svelato al paese l’irrilevanza di un’Italia ignara dei movimenti sopra i suoi cieli, stretta tra le ubbìe di Trump e le velleità di un Europa assente dalla scena diplomatica.

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni

Tutti fattori che potrebbero giocare a favore dei detrattori di un governo non all’altezza delle sfide della Storia. Potrebbe essere un assist per una sinistra che non vede l’ora di dare una prima spallata alla destra, ad un anno dalle elezioni politiche. Tuttavia sono fattori suscettibili di passare in secondo piano di fronte al bisogno di una quiete dentro la porta di casa, perché la tensione e l’ignoto premiano quasi sempre chi ha le redini del potere.

Tutto però dipenderà da come i due fronti condurranno le prossime due settimane di campagna referendaria. Il governo potrebbe mutare la sua postura, cercando di trasmettere solidità e chiamando le opposizioni alla condivisione delle scelte strategiche, come l’uso delle basi militari agli americani: una richiesta che metterebbe in difficoltà i leader del “campo largo”, che invece vorrebbero cavalcare lo scontro frontale come stanno dimostrando Schlein, Conte e Renzi.

Ma un partito come il Pd, che affonda le sue radici nella cultura della responsabilità, che nei tornanti di crisi ha promosso e accettato esecutivi di unità nazionale (come i governi Letta, Monti, Renzi, Gentiloni, Draghi e Conte) potrebbe subire il riflesso pavloviano di dover abbassare i toni e piegare la testa. In uno spirito di coesione istituzionale.

Una iattura nel bel mezzo di una campagna sulla giustizia tutta incentrata sulla difesa della sacra Costituzione. Anche perché dalle prime battute si vede già come il leader dei 5 stelle provi a strappare il testimone a Elly Schlein, incurante di tutto. In tale scenario, grava anche la grande incognita di come si regolerà Meloni nel caso in cui l’amico Donald le chieda di far entrare l’Italia in guerra. Un film che nessuno vorrebbe vedere. —

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