Il crocevia referendum per la premier
La dinamica ricalca da vicino quella del referendum del 2016: un fantasma quello di Matteo Renzi che Meloni ha cercato di respingere in ogni modo

Una-contro-tutti, è stata la formula vincente dell’ascesa di Giorgia Meloni, fino alla vittoria del 2022. Oggi quello stesso schema rischia di riprodursi, giocando però a sfavore della presidente del Consiglio, nella delicatissima partita del referendum costituzionale.
Ci mancava solo la guerra – l’ennesimo fronte di guerra – a distogliere l’attenzione degli italiani dalla madre di tutte le battaglie. Non vedremo altri sondaggi, essendo entrati nelle ultime due settimane di campagna. Gli ultimi pubblicati prima del blackout descrivono un quadro incertissimo. Ma con i contrari in forte crescita, negli ultimi mesi. «È certo presto per dare definitivamente la palma della vittoria al No», ha saggiamente commentato Nando Pagnoncelli nel presentare l’ultima rilevazione di Ipsos sul Corriere. Ricordando che risulterà decisivo il tasso di partecipazione. Con la possibilità che l’inquietante quadro internazionale distolga l’attenzione dell’opinione pubblica dalle vicende domestiche.
La dinamica è però evidente. Ricalca da vicino quella del referendum del 2016. Un fantasma – quello di Matteo Renzi – che Meloni ha cercato di respingere in ogni modo. Vedendo comunque profilarsi lo scenario dal quale cercava di scappare. Hai voglia a dire: non è un referendum su di me. Tutti penseranno subito l’esatto contrario. E i nemici correranno ad affilare le armi.
È esattamente quello che sta succedendo. Da una-contro-tutti a tutti-contro-una, è un attimo. Meloni conserva comunque diversi vantaggi, rispetto al predecessore. Nel 2016, Renzi guidava un governo di minoranza: se non in parlamento, nel paese. Il fatto di poter contare sugli alleati, e non solo sul suo partito, gioca a favore di Meloni. La sua riforma, sebbene poco comprensibile all’italiano medio – e anche all’italiano esperto – riguarda una questione, quella della giustizia, che coincide con una delle fratture che hanno scavato il solco tra destra e sinistra, negli ultimi decenni. Non a caso, Meloni e i suoi stanno tentando di agganciarne il risultato a temi ancora più sentiti e “tangibili”, associati all’evergreen della retorica anti-toghe: contro i giudici che rimettono criminali in libertà e tolgono i figli alle famiglie (nel bosco).
Ma il tema rimane ostico. Inoltre, l’impegno (e il potenziale di mobilitazione) di Lega e FI potrebbe non essere proporzionale agli sforzi di FdI. Mentre gli “altri”, per una volta, si presentano compatti, con l’unico obiettivo di recapitare un avviso di sfratto a Palazzo Chigi.
L’esito non è scritto. Così come non lo sono le dimissioni in caso di sconfitta. Di certo, però, per Meloni, si tratterebbe di un danno di immagine rilevante. Il più significativo inciampo da un po’ di tempo a questa parte. Il sassolino – anzi, qualcosa di più – in un ingranaggio che sembrava perfetto. La possibile inversione di tendenza. La leader di FdI, in quel caso, potrebbe decidere di attendere la scadenza naturale della legislatura, sperando in una ulteriore svolta nelle curve dell’opinione pubblica. Oppure tentare la terapia choc del voto anticipato, sfruttando la confusione e la mancanza di leadership nel campo avversario. Nessuna delle due strategie è priva di rischi.
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