L'affondo di Visentin: «La Lega di Salvini è morta e non va rifondata, ma superata»

Il fondatore del movimento in Friuli Venezia Giulia boccia la svolta sovranista e i tentativi di rilancio di Fedriga e Zaia: «Rincorrere la destra ha distrutto le origini, ora vince l'originale Meloni». La profezia sul generale: «Vannacci correrà da solo e in autunno volerà all'8-9%»

Marco Ballico
Roberto Visentin, tra i fondatori della Lega in Fvg
Roberto Visentin, tra i fondatori della Lega in Fvg

«La Lega, per quello che è diventata, non va né tenuta in vita né rifondata. Va superata». Roberto Visentin non prova coinvolgimento per quanto sta accadendo nel Carroccio che fu. Una crisi che porta il nome di Matteo Salvini ma che, secondo il fondatore del movimento in Friuli Venezia Giulia (ne fu segretario regionale, nonché deputato e poi senatore dal 1992 al 2001) affonda le radici molto più lontano, nella stagione della Padania. Premessa per commentare, e criticare, la svolta nazionale e sovranista, prevedere un’ulteriore crescita di Roberto Vannacci, manifestare non poco scetticismo sui tentativi di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga di rilanciare una Lega del Nord.

Visentin, che effetto le fa vedere il crollo alle urne e gli affanni della dirigenza?

«Ho rispetto per ciò che è morto da un pezzo. La Lega che ho contribuito a mettere in piedi non esiste più, quindi non provo dispiacere per il fallimento di qualcosa che non sento più mio».

Quando è iniziato il declino?

«La Lega era nata come somma di diversità territoriali, come valorizzazione delle autonomie locali. Con la Padania è cominciata la lenta distruzione dei princìpi originari. Quell'identità artificiale ha finito per annullare le differenze che volevamo difendere. Oggi perfino solo parlare di federalismo e autonomia è diventato complicato perché la Lega li ha piegati a significati che non hanno più nulla a che vedere con quelli delle origini».

Che colpe ha Salvini?

«Il segretario ha completato la trasformazione. Ha cavalcato il tema dell'immigrazione e costruito consenso individuando un nemico. È sempre più facile fare propaganda contro qualcuno che proporre un progetto politico».

Eppure quella strategia ha portato la Lega oltre il 30%.

«Già dieci anni fa sostenevo che rincorrere la destra nazionale avrebbe danneggiato la Lega. Se ti sposti sul terreno di Fratelli d'Italia, alla fine vince l'originale, non la copia. Non eravamo mai stati un partito di destra, non si può dimenticare il Bossi che sollecitava ad andare a prendere i fascisti casa per casa. La Lega ha smesso di essere sé stessa e gli elettori lo hanno capito».

Il fenomeno Vannacci era inevitabile o Salvini ci ha messo del suo?

«Il generale lo ha creato Salvini. Ma l’errore è di anni prima, quando nelle stanze della Lega hanno cominciato a entrare dirigenti arrivati dal Msi».

Chi è Vannacci?

«Uno che dice molte delle cose che la destra dice da anni, ma in modo più diretto, più brutale e più immediato».

I sondaggi che lo accreditano al 5-6% sono realistici?

«Secondo me sono prudenziali. In autunno arriverà al minimo all’8-9%. Intercetta un voto di rabbia, di protesta, di insofferenza verso la politica tradizionale. È lo stesso meccanismo che in passato ha premiato la stessa Lega, il M5S, lo stesso Renzi».

Perché piace?

«Perché semplifica. Offre risposte elementari a problemi complessi. È un linguaggio che arriva immediatamente e che una parte dell'elettorato percepisce come autentico».

Meloni dovrebbe cercare di tenerlo dentro la coalizione?

«Ci proverà. Ma se ben consigliato, Vannacci correrà da solo. Oggi costruisce il suo consenso attaccando il centrodestra prima ancora che il centrosinistra. Se si allea con chi critica, rischia di perdere la sua forza principale».

Fedriga e Zaia spingono per una Lega del Nord autonoma da Salvini. È la strada giusta?

«È un progetto che non nasce oggi, se ne parlava già negli anni ’90. Il problema è che mi sembra una proposta datata e insufficiente. Non credo basti cambiare l'assetto organizzativo per risolvere la crisi della Lega».

Ce la faranno però a dare una svolta?

«Zaia è un politico capace, conosce bene il territorio, sa che è preferibile fare il doge di Venezia che il servo di Milano. Ma fare il governatore non è la stessa cosa che fare il segretario di un partito. Lo stesso vale per Fedriga. Ricostruire una forza politica significa curare le sezioni, la militanza, il rapporto quotidiano con la base. È un mestiere diverso».

E allora come la salviamo la Lega? C’è un nome che suggerisce?

«Non mi auguro alcuna salvezza. La Lega deve chiudere la sua storia perché la sua presenza impedisce la nascita di qualcosa di nuovo e serio sul terreno autonomista e federalista».

Non lo potrebbe essere il Patto per l'Autonomia già in Consiglio regionale?

«Io del Patto sono un iscritto e guardo con attenzione al progetto. Ma va evitato il rischio di diventare semplicemente un pezzo del centrosinistra. Un movimento autonomista ha senso solo se porta idee, contenuti e sensibilità che gli altri non hanno. Non so se nel Pd e a sinistra hanno l’intelligenza di capire quel valore aggiunto».

Cosa si aspetta alle prossime Regionali?

«Il centrodestra resta favorito, ma molto dipenderà dalla qualità della proposta alternativa. Se il centrosinistra presenterà l'ennesimo candidato espressione degli equilibri di partito sarà difficile cambiare gli scenari. Se invece saprà trovare una figura credibile, radicata nella società civile e capace di rompere gli schemi tradizionali, la partita potrebbe riaprirsi».

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