L’alleanza che serve al Nordest sulle infrastrutture
Il confronto a più voci promosso dal gruppo Nem ha messo in primo piano l’abissale divario tra progetti in cantiere e disponibilità di risorse per realizzarli

Nordest, il futuro è adesso. Il confronto a più voci dei giorni scorsi a Trieste sulle infrastrutture – promosso dal gruppo Nem, che edita anche questo giornale – ha messo in primo piano un tema di fondo che condiziona pesantemente la cartella clinica di un’area già oggi alla soglia del coma da mobilità: l’abissale divario tra progetti in cantiere e disponibilità di risorse per realizzarli. A questo si aggiungono i cronici ritardi e gli atavici campanilismi che hanno fin qui condizionato i vari cantieri avviati, dall’asfalto al binario: con ricadute esiziali per l’economia nordestina.
I conti presentati a Trieste non perdonano. Il quadrante compreso tra Veneto e Friuli Venezia Giulia è snodo cruciale di tre strategici corridoi europei della mobilità: Mediterraneo, Scandinavo–Mediterraneo e Baltico–Adriatico. Per renderli del tutto operativi occorrono investimenti sulla rete stradale, su quella ferroviaria, sugli aeroporti, sui nodi urbani.
Cosa fare e dove è indicato dal progetto di partenza messo a punto nel 1994 e implementato nel 2004. 83 interventi riguardano il Nordest, per un costo di oltre 42 miliardi; ma a distanza di vent’anni i fondi disponibili sono meno di 30: dunque, mancano all’appello 13 miliardi.
Ancora peggio va per il piano interno d’investimenti, come delineato nel Decreto di economia e finanza dello scorso anno: a Nordest sono previsti fondi per 40 miliardi, 24 dei quali sono del tutto scoperti. Come dire che le idee ci sono, ma i mezzi per tradurle in fatti no.
Ad aggravare una diagnosi già di per sé infausta concorre il limite che le infrastrutture dei trasporti e della logistica sono sostanzialmente ferme da mezzo secolo. E a complicare l’adozione delle terapie necessarie per rianimare il sistema, provvede l’attuale quadro finanziario devastato dalla crisi in atto: i costi dei cantieri sono lievitati già oggi dal 12 al 15 per cento.
Il Nordest, se possibile, è messo ancora peggio, per la sua sistematica lentezza operativa nel procedere, anche quando i soldi ci sono: dal Brennero all’alta velocità veneta, dalla terza corsia sull’A4 alla linea ferroviaria Venezia-Trieste, gli esempi fioccano. Per non parlare dei limiti nel gestire i fondi esistenti, come sta dimostrando in queste settimane il post-Olimpiadi a Cortina.
Da questo collo di bottiglia si esce in un solo modo: dando vita a un piano di vasto respiro che metta insieme a livello politico maggioranze e opposizioni, a livello economico le categorie produttive, a livello sociale le componenti più significative del territorio. È già una solida base di partenza il fatto che i tre governi dell’area (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino) siano di colore omogeneo, tra loro e con Roma.
Importante, come visto al forum infrastrutture promosso da Nem a Trieste, che i governatori Fedriga e Stefani dichiarino comunità di visione e di intenti. Ma non basta, in un contesto generale italiano al limite del catastrofico, con un debito pubblico devastante specie nel rapporto col Pil, e con una crescita da vent’anni irrisoria.
Per ottenere i fondi, tradurli in cantiere, portare le opere a compimento, occorre un fronte ampio e coeso che metta gli interessi del Nordest e delle sue genti al di sopra e al di fuori degli sterili litigi di parte e dei deleteri interessi di campanile: riguarda i partiti ma anche le categorie economiche e le rappresentanze sociali, troppo spesso l’un contro l’altra armate. Cominciando domani mattina, non tra anni e neppure tra mesi.
Altrimenti, l’area che amava vantarsi di essere tra quelle trainanti a livello non solo nazionale, rischia un testa-coda letale: passare da Nordest d’Italia a Sudovest d’Europa. Una grigia periferia.
Riproduzione riservata © il Nord Est






