Venezia e la "Hybris" del potere: perché la cultura non accetta diktat
Dalla nomina di Beatrice Venezi alla Fenice al caos padiglioni in Biennale: l'analisi di un esercizio maldestro dell'autorità che scambia l'egemonia con l'imposizione, dimenticando l'arte della diplomazia veneziana

A guardare quel che è accaduto a Venezia nelle ultime settimane verrebbe da dire che il potere non basta averlo, bisogna saperlo usare. Potremmo anche dire che sarebbe stato opportuno prendere ispirazione dalla quella Repubblica marinara che massimamente seppe trasformare la diplomazia in arte di governo, la mediazione in potere, ma la storia non è materia alla moda. E così nascono errori che rotolano come pietre grezze e niente va liscio, rotolano per giorni raccogliendo ogni genere di detriti per arrivare a bersaglio come una valanga incontrollabile.
La nomina di Beatrice Venezi alla direzione della Fenice, l’idea di riammettere il padiglione russo (e di tenere quello israeliano) alla Biennale, l’idea di mandare gli ispettori a caccia di irregolarità: sono accadimenti con poco in comune se non il mostrare un uso maldestro del potere.
Sia alla Biennale che alla Fenice abbiamo assistito allo spettacolo di uomini che hanno avuto un potere e credono per questo che esso consista nel libero e assoluto esercizio della loro volontà: il sovraintendente nomina una direttrice senza curarsi dei rilievi nel merito dell’orchestra che è chiamata a dirigere; il direttore decidere di ammettere alla Biennale il padiglione di un paese (due paesi) sui cui leader pesa un mandato d’arresto della Corte Penale internazionale per crimini di guerra senza dare peso al fatto che gli artisti vengono designati da quei governi e senza considerare i pareri dei membri della giuria; il ministro della cultura decide di mandare gli ispettori alla Biennale ignorando il fatto che la cultura non può agire sotto minaccia dei diktat del governo.
Le conseguenze sono finite sulle pagini dei giornali di tutto il mondo.
Ciò che mostrano è l’inadeguatezza di un potere autoritario che pretende di gestire la cultura guidato dalla hybris del “ho il potere e posso farlo”, che si scontra inevitabilmente con una realtà: la cultura scappa via da tutte le parti e le situazioni diventano ingestibili.
E questo non perché il potere sia estraneo alla cultura: anche solo il Novecento ci ha mostrato che il potere abile e astuto è quello che non schiaccia la cultura, non la umilia come un suddito che deve sottostare al volere di un despota, ma la lascia respirare, per riorganizzarla abilmente in un ordine che è naturale ma al contempo congeniale alla propria direzione di governo: si chiama egemonia culturale.
E se questa suona come una brutta parola al nostro orecchio è perché la associamo a un’idea di controllo e imposizione. Ma egemonia culturale è anche la capacità del potere di produrre una visione culturale di sé, che passa inevitabilmente attraverso il consenso critico, il dialogo con le parti, in una rete di relazioni: è solo in questa cornice che si esercita il potere vero.
Il resto è la hybris di un potere inadeguato al compito a cui è chiamato, ubriaco di sé stesso, capace di stare solo sulla linea dello scontro puro che finisce per metterlo in scacco.
Un potere irresponsabile, verrebbe da dire: perché la responsabilità è prima di tutto chiamata al dialogo, capacità di tenere insieme le istanze mediando, convincendo, tirando dalla propria parte anche. Rispettando le competenze e i soggetti. Ma per capire tutto questo c’è bisogno, appunto, di cultura.
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