Il fantasma del Berlusconismo e l'eredità di Arcore

Il Cavaliere non c'è più, ma la sua impronta resta profonda: dalla polarizzazione tra berlusconiani e anti-berlusconiani alla "berlusconizzazione" globale, l'analisi di un'eredità politica ancora legata all'azienda di famiglia

Fabio BordignonFabio Bordignon

La tempesta sul caso Minetti, con immancabile scia di veleni, teorie e contro-teorie, è solo un segnale – neanche il principale – di una stagione che non passa e non è destinata a passare.

Il Berlusconisimo è ancora tra noi. Anche se il Cavaliere non c’è più. E non si tratta solo dell’appendice tossica degli scandali che hanno coinvolto un ex-Presidente del consiglio e contaminato il dibattito pubblico. L’impronta dell’uomo di Arcore è profonda e visibile. La sua eredità un fenomeno ancora da studiare.

Come ogni rivoluzione, la discesa in campo del 1994 marca un “prima” e un “dopo”. Da quel momento, gli italiani iniziano a dividersi: berlusconiani vs anti-berlusconiani. E continuano a farlo. Tra aspiranti eredi, orfani alla ricerca di uno spazio politico, castigatori di una questione morale ancora aperta. Tra i tentativi di riabilitazione di chi, anche da sinistra, pensa “rispetto a questi qui, meglio Berlusconi” e l’indignazione di chi “no, Berlusconi è stato e rimane il male assoluto”.

La frattura non si è chiusa. Anche perché, nel frattempo, un certo modello di fare politica è diventato dominante. L’americanizzazione dell’Italia, con Berlusconi, si è ribaltata nella berlusconizzazione dell’America, con Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha spinto “più in là” il format dell’imprenditore-politico fuori dagli schemi e fuori controllo. Ha imposto un salto di scala al tema del conflitto di interessi. Del ruolo (e del controllo) dei media. Del peso degli interessi privati nella gestione dello stato.

Il caso-Berlusconi conserva, tuttavia, le sue specificità. Trump, in fondo, ha trumpizzato un partito esistente. Berlusconi ha plasmato dal nulla la sua creatura. E il futuro di Forza Italia è una delle voci, ancora aperte, che peseranno sul bilancio complessivo del berlusconismo. Perché in un partito personale la successione non è possibile, abbiamo sempre sostenuto. Se non – forse – per via dinastica. Ma FI è ancora qui. L’attuale leader, Tajani, sfrutta il residuo di carisma del brand-Berlusconi e prova allo stesso tempo a normalizzarlo. Ma deve fare i conti con l’altra componente del modello FI: quella aziendale. Che riporta inevitabilmente all’azienda di famiglia. Agli eredi di sangue, che possono permettersi di “convocare” il Ministro degli esteri in una fase di caos globale.

Sebbene l’ipotesi della discesa in campo di Marina o Pier Silvio sia sempre stata smentita, rimane la realtà di un partito che dipende, finanziariamente, dall’impresa da cui è originato. Tale dipendenza si estende, inevitabilmente, a ogni livello della vita interna. Fino a condizionare il futuro della maggioranza e del governo. Della prima leader capace di prendersi la guida del centro-destra dopo Berlusconi. Arrivando a orientare il percorso politico del paese.

C’è chi dice che le mosse politiche dell’azienda-FI siano ispirate da disegni centristi volti a ripristinare la formula delle larghe intese. E che, dall’altra parte, le campagne di berluswashing – copyright di Marco Travaglio – servano a preparare il terreno per tale scenario. Magari è così. Ma non serve essere ossessionati dal fantasma del Cavaliere per vedere Berlusconi un po’ ovunque, intorno a noi. —

Riproduzione riservata © il Nord Est