Se il Prosecco va di traverso agli inglesi
Le polemiche sollevate dal Telegraph passeranno, come sempre. Ma resterà un dato semplice: milioni di persone, ogni giorno, scelgono di stappare una bottiglia di Prosecco

Il successo, si sa, è un brindisi che non tutti riescono a condividere. E così, mentre il Prosecco continua a conquistare mercati e consumatori in tutto il mondo, c’è chi sceglie di guardarlo con sospetto, se non con aperta ostilità. È il caso del quotidiano inglese Telegraph, che in un recente articolo firmato da Henry Jeffreys liquida le bollicine italiane con toni sprezzanti, tra accuse di scarsa qualità e ironie sul gusto. Una stroncatura che fa rumore, ma che appare più come una provocazione che una reale analisi del fenomeno.
Nel pezzo, il Prosecco viene descritto come dolce, stucchevole, lontano anni luce dalla complessità dello Champagne. Un giudizio netto, quasi caricaturale, che ignora però la varietà e l’evoluzione di un prodotto che negli ultimi vent’anni ha saputo trasformarsi profondamente. Ridurre tutto a una bevanda “facile” e poco raffinata significa non cogliere la ricchezza di un comparto che oggi rappresenta una delle espressioni più dinamiche del vino italiano.
Perché i numeri, al contrario delle opinioni, raccontano un’altra storia. Il Prosecco Doc ha superato nel 2025 i 3 miliardi di euro di valore, con centinaia di milioni di bottiglie esportate in tutto il mondo. Non si tratta di un successo casuale o costruito sul nulla, ma del risultato di una filiera solida, di un’identità produttiva precisa e di una capacità rara di intercettare i gusti contemporanei.
Alla base di tutto c’è il Metodo Martinotti, che consente di esaltare i profumi freschi e fruttati dell’uva Glera, offrendo vini immediati ma tutt’altro che banali. È uno stile diverso rispetto a quello dello Champagne, certo, ma non per questo inferiore. Semplicemente, risponde a un’altra idea di consumo: meno celebrativa e più quotidiana, meno elitaria e più inclusiva.
Ed è forse proprio questo il punto che sfugge a certe critiche. Il Prosecco non nasce per imitare altri modelli, ma per interpretare lo spirito del nostro tempo. È il vino dell’aperitivo, della convivialità, delle occasioni spontanee. Un lusso accessibile, capace di unire qualità e prezzo in modo equilibrato, senza rinunciare a una propria riconoscibilità.
Certo, come in ogni grande produzione, esistono differenze qualitative. Ma esistono anche eccellenze riconosciute, come il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, che dimostrano quanto il territorio e la cura produttiva possano fare la differenza. Generalizzare significa ignorare queste sfumature, appiattendo un mondo complesso in un giudizio superficiale.
E mentre qualcuno storce il naso, il mercato continua a premiare le bollicine italiane. Persino in Francia, patria dello Champagne, il Prosecco sta guadagnando terreno, conquistando consumatori che lo scelgono per la sua versatilità e freschezza. Un segnale chiaro: il gusto evolve, e con esso anche le abitudini.
In fondo, il vino è anche questo: un linguaggio culturale, prima ancora che un prodotto. E il Prosecco, con la sua leggerezza e la sua capacità di adattarsi ai momenti della vita quotidiana, è diventato un simbolo globale proprio perché ha saputo parlare a tutti.
Le polemiche passeranno, come sempre. Ma resterà un dato semplice: milioni di persone, ogni giorno, scelgono di stappare una bottiglia di Prosecco. Non per moda o per distrazione, ma perché in quel calice trovano qualcosa che funziona. E nel vino, come nella vita, è spesso questo che conta davvero.
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