Porto di Trieste, Samer avverte: «Se gli Houthi bloccano Suez, l’Adriatico è fuori»

Intervista al re dello shipping: «Finora traffici stabili, ma l'ingresso dei proxy iraniani nel conflitto minaccia i container. Preoccupano anche i cantieri ferroviari verso il Tarvisio e il caro carburante»

Valeria Pace
Enrico Samer
Enrico Samer

Se il Porto di Trieste finora è rimasto per lo più riparato dai venti di guerra che hanno causato la chiusura de facto dello stretto di Hormuz, tutto potrebbe cambiare ora che gli Houthi hanno annunciato il loro ingresso nel conflitto. Il gruppo di combattenti proxy degli iraniani, infatti, potrebbe ricominciare a impedire o rendere difficoltoso il passaggio nel golfo di Aden e l’ingresso nel mar Rosso alle navi che vogliono poi passare da Suez ed entrare nel Mediterraneo. Questo provocherebbe nuovamente un «danno significativo» a Trieste secondo Enrico Samer, presidente e ad della Samer & Co. Shipping.

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La redazione
(foto archivio Francesco Bruni)

Presidente Samer, qual è stato finora l’impatto della guerra in Iran sul Porto di Trieste?

«Allo stato attuale non ci sono state grosse ripercussioni. I traffici sono stabili se non in lieve crescita. Il comparto RoRo – le rotte per la Turchia e l’Egitto – riguarda uno scambio interno al Mediterraneo. E le merci provenienti via gomma dall’Iran in Turchia continuano ad arrivare. Se c’è stata una flessione il numero è talmente limitato che non si sente quasi. I traffici petroliferi, poi, non sono diminuiti: non si tratta di prodotto che arriva dal golfo Persico. Per quanto riguarda i contenitori, infine, non c’è un grosso traffico con gli Emirati e il Bahrein. Insomma, nel breve periodo la guerra e la difficoltà ad attraversare Hormuz creano solo un lieve squilibrio».

L’ingresso in guerra degli Houthi potrebbe cambiare le cose?

«Se si dovesse ripresentare la difficoltà ad attraversare lo stretto di Suez – questa problematica era rientrata –, ciò creerebbe un danno significativo per i contenitori. Le navi che scelgono di fare il periplo dell’Africa o passano dal Nord Europa o dal Marocco. Chi va sul Mediterraneo, poi si ferma nei porti del Tirreno e l’Adriatico viene completamente lasciato fuori».

Diceva che la guerra non ha avuto ripercussioni pesanti nel breve periodo. Se invece guardiamo al lungo termine?

«Alla lunga ci sarà un calo dell’interscambio a livello globale. E gli aumenti dei costi per le navi, oltre a comportare una diminuzione dei traffici, potrebbe rendere meno competitivi i prodotti provenienti da certi Paesi e ridisegnare il flusso delle merci. Ad esempio, se l’Italia produce un certo tipo di macchinario che esporta negli Stati Uniti, l’aumento dei costi di trasporto potrebbe renderlo meno competitivo dello stesso prodotto fatto in Messico. Ma al momento, ripeto, i traffici sono stabili. Il trasporto ferroviario regge, ma la manutenzione delle linee verso Tarvisio a breve comporterà una limitazione dei traffici per alcuni mesi, con forti impatti sul porto. Ci sono vie alternative come il Brennero e la Slovenia, ma sono molto più lente. A quel punto si tenderà a prediligere il traffico via strada, ma il caro carburante penalizza questa opzione ancora di più».

L’ha menzionato: il caro carburanti. Incide già anche sull’autostrada del mare per la Turchia?

«Anche se i noli aumentano per effetto del caro bunker, questo non ha un effetto altrettanto importante quanto quello che ha sul trasporto su strada. Dato che il 40% del traffico dalla Turchia all’Europa avviene via terra, il caro carburante potrebbe avere anche l’effetto di portare a un temporaneo aumento del trasporti su nave, opzione più competitiva appunto per l’impatto del caro carburante».

Sulla piattaforma logistica c’è spazio per tutti? Continua il clima di guerra commerciale con Grimaldi?

«Dopo un forte impatto iniziale la situazione si è stabilizzata, ciascun player fa il suo e ha la sua politica. Sull’autostrada del mare per la Turchia la vera concorrenza non è quella con gli altri armatori ma quella con la gomma. Tutti sono però limitati dallo spazio disponibile. Pure la linea per l’Egitto è in forte crescita e serve anche l’Arabia – da Trieste si sbarca a Damietta, poi c’è una parte via terra e traghetti che attraversano il mar Rosso –, ci sarebbe bisogno di una seconda nave alla settimana...».

Quali gli sviluppi su questo fronte?

«L’idea era farla partire in primavera, le navi e l’equipment sono pronti ma appunto manca lo spazio... Stiamo facendo delle valutazioni di usare Monfalcone. Oltre al nodo degli spazi, c’è anche il fatto che ai varchi d’accesso al porto in molte occasioni c’è congestionamento. Con una sola nave, se si perde quella bisogna aspettare una settimana».

Il Porto è ancora senza un segretario generale...

«Il presidente Marco Consalvo si è ben insediato e stiamo ripartendob bene. L’auspicio è che il segretario generale possa arrivare al più presto, ma questa è una questione che riguarda il presidente».

È preoccupato dall’ingerenza della politica?

«Non spetta a me fare questa valutazione. Certo è che il presidente ha diritto di nominare una persona con cui lavora bene». 

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