Le quattro transizioni in arrivo, Italia al bivio: innovare o rinviare
Il Libro Bianco del Mimit indica la rotta, ma gli strumenti restano difensivi. Tra energia, industria e demografia, l’Italia rischia di proteggere il passato

Nel 1897 i primi taxi, automobili a motore, comparvero a Parigi. L’ultima carrozza a cavalli pubblica sparì vent’anni dopo. In quei vent’anni di transizione coesistettero due tipi di imprenditori: quelli che lottavano per limitare le licenze ai nuovi concorrenti e ottenevano rinvii e quelli che convertivano le scuderie in officine, formavano meccanici, costruivano reti di rifornimento. I primi guadagnarono tempo. I secondi costruirono il futuro. Quando l’ultima carrozza fu ritirata, i primi chiusero bottega.
L’Italia, ci dice il libro bianco “Made in Italy 2030” da poco pubblicato dal MIMIT (Ministero delle Imprese e del made in Italy) è alle prese con almeno quattro transizioni di quella portata — demografica, geopolitica, digitale, green — e su tutte e quattro sembra preferire la postura dei gestori di scuderie a quella dei responsabili di nuove officine.
Il libro bianco del MIMIT ha un grande merito: fa uscire il dibattito sulla politica industriale italiana dalla sterile contrapposizione tra “stato” e “mercato”, tra Stato interventista e Stato regolatore. In tempi di transizioni travolgenti il mercato, le imprese e le famiglie, non vogliono e non possono essere lasciate decidere da sole. Hanno bisogno di farlo entro indicazioni strategiche che riducano le incertezze che altrimenti le paralizzano.
Occorre, dice correttamente il libro bianco, che lo Stato diventi stratega. Uno “Stato stratega” che non produce da sé e neanche sussidia a pioggia, ma coordina e orienta operatori pubblici e privati verso obiettivi strategici comuni. Occupandosi poi, l’altra faccia della nuova politica industriale, di fornire i beni pubblici che rendono possibile l’adattamento delle imprese e delle famiglie alle transizioni. I problemi nascono quando si analizzano i suggerimenti proposti nel libro bianco: lo Stato stratega aiuta chi si muove verso il futuro o chi resiste nel presente?
Il documento mostra una tendenza sistematica: gli obiettivi dichiarati sono spesso anticipatori del post-transizione, ma gli strumenti scelti sono quasi sempre difensivi. Si protegge il sistema che declina invece di costruire quello che emerge. Si convive con le transizioni invece di superarle. Il caso più eclatante è quello che riguarda la transizione green, sotto forma di transizione energetica. È qui che il divario tra dichiarazioni e strumenti è più netto.
Il Libro Bianco riconosce che il 77% del fabbisogno energetico italiano viene da fossili importati e che questo è una vulnerabilità strutturale. Riconosce che l’obiettivo è ridurla. Poi però si accontenta di generare elettricità da gas e gnl senza accelerare sulle rinnovabili; e, in tema di automotive, propone la “neutralità tecnologica”: il modo istituzionale per non abbandonare il fossile (le carrozze a cavalli) e per generare l’incertezza regolatoria che paralizza gli investimenti (le officine per i taxi) privati.
Il costo di questa postura non è differito: è già in bolletta. La crisi energetica del 2022, innescata dalla guerra russo-ucraina, è già costata all’Italia miliardi di euro in maggiori importazioni. Le tensioni odierne attorno allo Stretto di Hormuz producono le fiammate sui mercati fossili con ulteriore aggravio delle bollette di famiglie e imprese. Un paese che avesse già portato la generazione elettrica rinnovabile al 70-80% –Spagna insegna-– sarebbe strutturalmente meno esposto a questi shock. La neutralità tecnologica non protegge dall’instabilità geopolitica energetica: la prolunga, perché mantiene alta la dipendenza dalle fonti che quella instabilità rende vulnerabili.
Paradossale poi che il collo di bottiglia italiano verso le rinnovabili non sia la tecnologia né i capitali, ma il sistema autorizzativo: in Italia, un impianto rinnovabile richiede per essere autorizzato il triplo che in Spagna. Il Libro Bianco menziona gli ostacoli burocratici come criticità, ma non propone nessuna riforma strutturale dell’iter autorizzativo. Paradosso che fa il paio con quello relativo all’automotive.
La componentistica termica italiana — 150-200mila addetti, eccellenze reali nelle trasmissioni e nei sistemi di iniezione — è il settore più esposto alla transizione e quello per cui il Libro Bianco chiede più tempo. Le pressioni italiane sul 2035 europeo hanno ottenuto riaperture e ambiguità. Ma l’ambiguità regolatoria non protegge la componentistica: la condanna a decidere in ritardo.
Lo Stato stratega che vuole salvare la filiera automotive italiana deve darle certezza sulla direzione, non complicità nell’attesa. Questo pattern purtroppo si ripete su tutte le transizioni.
Nella demografica: il Libro Bianco dichiara che serve immigrazione selettiva calibrata sui fabbisogni del mercato del lavoro, poi la relega a misura complementare senza nessuna riforma istituzionale concreta. Nel frattempo, la Germania ha riformato nel 2023 la sua legge sull’immigrazione qualificata e il Canada seleziona con un sistema a punti in tempo reale.
L’Italia perderà 2 milioni di unità di forza lavoro entro il 2035, ma affida la soluzione principale a politiche nataliste i cui effetti non possono che proiettarsi a 25 anni.
Nella geopolitica: il documento tratta la frammentazione dell’ordine globale come dato strutturale permanente invece di riconoscere che i megatrend economici — l’Asia al 47% del PIL mondiale, la classe media asiatica che aggiungerà 1, 5 miliardi di consumatori entro il 2040, l’Africa con un miliardo di persone in più entro il 2050, il Mercosur con il 60% delle riserve mondiali di litio — mostrano inerzie che superano i cicli geopolitici. Chi costruisce adesso le relazioni strutturate con questi mercati sarà pronto quando i vincoli si allenteranno. Gli strumenti proposti sono quasi tutti difensivi: reshoring, golden power, mappatura delle vulnerabilità. Il Piano Mattei — l’unico strumento genuinamente anticipatorio — è ancora una cornice diplomatica senza operatività.
Nel digitale: l’obiettivo dichiarato è la sovranità tecnologica — costruire posizioni nelle filiere di AI, semiconduttori, quantum. Lo strumento dominante è la Transizione 5. 0, un incentivo all’acquisto di tecnologie prodotte in Cina e negli USA. Si compra il taxi invece di costruirlo. Questa tendenza sistematica non nasce dalla mancanza di visione; il Libro Bianco dimostra che la visione c’è. Nasce da una struttura degli incentivi politici che distorce qualsiasi democrazia competitiva. Una politica razionale che massimizza il consenso a cinque anni sceglierà quasi sempre di convivere con le transizioni piuttosto che superarle. Non perché non capisce, ma perché capisce perfettamente l’economia politica del consenso.
La lungimiranza è razionale per il Paese. Non è razionale per chi governa, a meno che il sistema istituzionale non la incentivi. E questi incentivi possono venire solo da obiettivi chiari con orizzonti temporali espliciti (la vaghezza degli obiettivi è la forma istituzionale della postura difensiva); da coerenza tra obiettivi e strumenti (per ogni obiettivo anticipatorio serve uno strumento calibrato per raggiungerlo, non per rendere più confortevole la convivenza con il sistema che declina); e dalla sottrazione di alcune scelte strategiche al ciclo elettorale (un’agenzia per le autorizzazioni energetiche con mandato quindicennale, un sistema di immigrazione selettiva gestito con criteri tecnici e revisione annuale dei fabbisogni, un fondo per la riconversione industriale con governance indipendente, etc.) con strumenti che proteggono la lungimiranza dall’opportunismo politico di breve periodo, come le banche centrali proteggono la stabilità monetaria.
Non si tratta di togliere potere alla politica: si tratta di darle gli strumenti per fare scelte di lungo periodo senza temere il costo politico che quelle scelte comportano. L’Italia ha le risorse naturali da rinnovabili, la posizione geografica e le competenze manifatturiere per non perdere nessuna delle sfide poste dalle quattro transizioni. Occorre che lo “Stato stratega” usi questi asset per costruire il futuro invece che per giustificare rinvii. —
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