Zanardo: «Così Thélios è un baluardo di creatività e qualità italiana»

L’ad della società di occhialeria di lusso: «Il piano è rafforzarci in Cina e in Sud America»

Roberta Paolini

«Il vero Made in Italy è la nostra ossessione e la nostra distribuzione resterà selettiva». Mentre il lusso cerca una strada per tornare a crescere, Alessandro Zanardo rivendica il valore del limite. Per l’amministratore delegato di Thélios, la società dell’occhialeria di Lvmh, il primo obiettivo resta la qualità: della manifattura, della distribuzione, del rapporto con le maison. Una scelta che ha il suo centro a Longarone, qui in pieno stile Lvmh, è sorta quasi dieci anni fa il cuore della manifattura eyewear del gigante francese che somma maison come Dior, Fendi, Celine, Bulgari. Qui lavorano oltre 1.300 dipendenti e escono circa quattro milioni di paia di occhiali all’anno. Dopo la prima accelerazione industriale si apre ora una fase diversa: crescere ancora, sviluppare i mercati, dare spazio anche al segmento vista. Con «un’ossessione totale» per il prodotto.

Thélios si avvicina al decennio di vita. Lei è arrivato dopo la costruzione delle prime basi industriali e ha guidato una seconda fase. Qual è il bilancio?

«Sono arrivato nel momento in cui Thélios cessava di essere una joint venture e diventava al cento per cento di Lvmh. Le basi della manifattura erano pronte per sostenere lo sviluppo commerciale internazionale. Abbiamo proseguito con coerenza il progetto iniziale: rendere questa categoria sempre più degna del lusso e sempre più integrata nell’universo delle maison. Abbiamo ampliato il portafoglio e, con l’acquisizione dello stabilimento dedicato al metallo, completato le nostre capacità industriali. Oggi siamo internalizzati al 90%: gestiamo tutte le tecnologie, i materiali e i processi dell’occhialeria di lusso».

Poi avete aggiunto due marchi di proprietà, Vuarnet e Barton Perreira. Che cosa ha cambiato questo passaggio?

«Nel 2023 ci siamo detti che, con le competenze costruite, potevamo fare qualcosa di più. Quelle acquisizioni sono state trasformative nel modo di pensare il business. Siamo passati dall’essere gli esperti dell'eyewear di una categoria di maison molto più grande a essere anche proprietari di marchi: significa pensare dall’inizio alla fine a come gestirli, portarli sul mercato, presentarli ai consumatori. Con questi brand abbiamo anche negozi monomarca e un e-commerce rilevante, che ci permettono di osservare direttamente i movimenti del consumatore. Siamo diventati un’azienda capace di guardare l’occhialeria da tutti i punti di vista. Conserviamo una fortissima vocazione industriale e alla gestione dei brand del gruppo, ma abbiamo aggiunto altre competenze».

Il tratto comune resta il Made in Italy. Quanto pesa nelle vostre scelte?

«È uno dei temi che mi stanno più a cuore. Per noi significa sviluppare gli occhiali, garantire e mantenere il savoir-faire. A volte potremmo prendere delle scorciatoie, ma preferiamo continuare a internalizzare e a sviluppare queste competenze. Siamo fra i principali datori di lavoro della provincia di Belluno e abbiamo una missione: portare avanti questo patrimonio».

Lo stabilimento rilevato da Safilo è stato un banco di prova anche sul piano delle competenze. Com’è andata l’integrazione?

«È un passaggio di cui sono molto fiero. Abbiamo trovato competenze importanti. Oggi abbiamo un impianto interamente dedicato al metallo e autonomo».

Sul fronte commerciale avete scelto una distribuzione molto selettiva. Questo però restringe le possibilità di crescita dei ricavi.

«Quando mi chiedono quanto è grande Thélios, quanto vende, la domanda è certamente rilevante: i numeri li guardo anch’io. Ma la dimensione può essere raggiunta facilmente se si accettano compromessi. Noi abbiamo deciso di distribuire in maniera selettiva. Nel mondo ci sono circa 400 mila negozi di ottica: noi siamo presenti in una percentuale a una sola cifra. Ci siamo quindi posti un limite quantitativo molto forte».

Un limite che avete conservato anche con il rallentamento del lusso?

«Sì. In dieci anni mantenere questa coerenza non era scontato. Fino al 2023 il lusso correva, poi le cose sono cambiate. Si potrebbe essere tentati di compensare una domanda più debole aprendo altri canali. Non l’abbiamo fatto. Sono convinto che questa scelta ci stia premiando e ci premierà ancora di più in futuro».

Ma gli aumenti dei prezzi hanno allontanato una parte del cliente aspirazionale. L’iperselettività non rischia di penalizzare proprio quel consumatore che vorrebbe avvicinarsi a una maison?

«Direi che è una scelta segmentante, più che penalizzante. Se distribuissimo attraverso tutta la rete degli ottici raggiungeremmo molti più consumatori, anche aspirazionali. Selezionando la distribuzione, ci rivolgiamo invece a ottici con una clientela che può entrare nella nostra categoria».

Il prezzo quanto riflette il costo della manifattura italiana?

«Garantire un vero Made in Italy, con processi controllati e una filiera integrata, ha un costo. Per noi il prezzo deve dimostrare il contenuto del prodotto. Le maison credono sempre di più nell’occhialeria: resta una categoria vitale per entrare in contatto con i clienti».

Longarone è la capitale mondiale dell’occhialeria. Che ruolo conserverà nella vostra strategia?

«È centrale e rimarrà centrale. Abbiamo anche una piccola fabbrica di lenti in Francia, legata a Vuarnet, ma il nostro centro industriale è qui. Credo inoltre che il Made in Italy abbia ancora un potenziale da esprimere. Nell’occhialeria in questo momento c’è una forte attrazione per il Made in Japan: il Made in Italy, realizzato come lo facciamo noi, è alla pari, se non migliore, ma non viene comunicato con la stessa forza».

Il distretto è pronto a sostenere questa ambizione?

«Sta cambiando e alcuni piccoli operatori fanno più fatica a seguire il mercato. Ci sono tendenze irrinunciabili, dalla sostenibilità alla ricerca tecnologica: il distretto deve accompagnarle».

Dopo le acquisizioni, ci sono altre operazioni o nuovi ingressi di maison nel piano?

«Abbiamo già un portafoglio ampio e mercati che dobbiamo ancora sviluppare. Le acquisizioni ci hanno dato un punto di osservazione aggiuntivo sul consumatore, ma adesso abbiamo molto lavoro da fare sui brand e sulla geografia. Penso alla Cina, dove cresciamo a tassi elevati a doppia cifra e abbiamo ancora tanto da costruire. E penso anche al Sud America. Se si presenteranno opportunità le guarderemo, ma altre acquisizioni non sono nel piano esplicito».

E negli altri mercati?

«Il Medio Oriente, pur nel contesto geopolitico che conosciamo, è incredibilmente resiliente. Gli Stati Uniti continuano a crescere e il consumatore americano resta molto attratto dal lusso. L’Europa è un po’ più lenta, con differenze fra i singoli mercati».

L’occhiale è anche un dispositivo medico, che può proteggere dal ciclo economico. Vale altrettanto per una società del lusso?

«Per loro natura i brand del lusso sono più presenti nel segmento sole. Quindi l’anticiclicità è parziale. Noi però stiamo accelerando molto sulla vista: è una strategia di espansione e anche di contenimento del rischio».

Quanto può aumentare il sito di Longarone la produzione?

«Abbiamo capacità produttiva ancora utilizzabile. Potremmo salire velocemente con i volumi, ma intendiamo farlo in modo sostenibile e qualitativo».

Continuerete ad assumere? Quali sono le figure più difficili da trovare?

«Siamo cresciuti molto sul versante occupazionale, in questo momento ci siamo un po’ stabilizzati. Ci sono sempre cicli legati al ricambio naturale e continueremo a crescere, ma a un ritmo meno sostenuto. La manifattura oggi è ben coperta. Le ricerche più complesse riguardano da un lato le competenze ingegneristiche, le nuove professionalità legate all’intelligenza artificiale e la cybersicurezza, difficili da trovare nel territorio. Dall’altro ci sono i prototipisti: persone che sanno creare un occhiale da zero, veri artigiani. Per formarli occorre moltissimo tempo e sono figure che scarseggiano sul mercato».

Dove sarà Thélios fra altri dieci anni?

«A Longarone, questo di sicuro. E commercialmente in Cina, negli Stati Uniti, nei mercati che stiamo sviluppando. Continueremo a crescere, in modo sostenibile. Vogliamo essere un baluardo del vero Made in Italy. Vogliamo essere un’azienda di dimensioni considerevoli, percepita come la più qualitativa e creativa».

Con la stessa ossessione per il prodotto?

«Totale. Un’ossessione totale».

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