Carraro, 97 anni e lo sguardo rivolto al futuro: «L’AI serve, ma dal 2008 siamo fermi»

Mario Carraro, fondatore del gruppo meccanico che porta il suo nome, con l’importante filiale indiana quotata alla borsa di Mumbai, non ha mai smesso il vizio di osservare il mondo e i suoi cambiamenti: «Siamo immersi in cambiamenti che rivoluzioneranno la società»

Paolo PossamaiPaolo Possamai
Mario Carraro, uno dei principali imprenditori del Nordest, compirà 97 anni il 29 ottobre
Mario Carraro, uno dei principali imprenditori del Nordest, compirà 97 anni il 29 ottobre

«Dopo anni ancora un’intervista, grazie. Combatto anche oggi i miti fasulli, contro i fantasmi della storia e del presente cercando di immaginare un futuro migliore. Non ho paura di morire, mi pare giusto così». Mario Carraro, 97 anni il 29 ottobre, che sarebbe la data del martedì nero di Wall Street, fondatore del gruppo meccanico che porta il suo nome, con l’importante filiale indiana quotata alla borsa di Mumbai, non ha mai smesso il vizio di osservare il mondo e i suoi cambiamenti. Il mondo, non il cortile di casa, perché il Gruppo, oggi guidato dal figlio Enrico, è di scala globale, con una filiale anche in Cina, e perché esercita la sua curiosità quotidianamente attraverso tutti i principali media internazionali. Carraro, con la finanziaria di famiglia, è anche azionista di questo giornale.

Lei ha parlato di fantasmi e io vorrei proporle Freud e la sindrome della rimozione: forse che per paura non stiamo discutendo di problemi troppo difficili come invecchiamento della popolazione, Ai, umanoidi, debito pubblico, migrazioni?

«Ivano Beggio, creatore della mitica Aprilia, un giorno di 30 anni fa telefonò per dirmi: tu dai troppa importanza a Internet. Intendo che dobbiamo tornare a pensare in chiave di futuro, dobbiamo considerare tutti i fattori critici e fare una sintesi nuova e un progetto Paese. Non stiamo prendendo atto del fatto che siamo immersi in un insieme di cambiamenti che rivoluzioneranno la nostra società. In politica non vedo chi se ne faccia carico. Non possediamo la cultura, per esempio, per capire che gli umanoidi sono alla porta. Dobbiamo interpretare la nostra cultura millenaria alla luce delle sfide che ci aspettano».

Ma lei usa l’intelligenza artificiale e che giudizio ne propone?

«La tecnologia è un fattore di cambiamento indispensabile e con cui sarebbe grave non fare i conti. Negli anni’90, dopo una visita in Giappone, ho portato in azienda la Qualità Totale e nel 1999, in riunioni con dirigenti e fornitori, ho portato all’interesse e all’impegno il mondo che si stava presentando con la diffusione di Internet. Oggi trovo indispensabile il ricorso all’intelligenza artificiale, che uso per informazioni complesse. Alla mia età è anche un buon supporto alla memoria. È destinata a diventare pervasiva e strutturale nello sviluppo della nostra società, anche come supporto nella fisica dei quanti. L’AI è indispensabile all’allargamento della nostra conoscenza. Il suo potenziale applicato alla vita buona è altissimo. Problema: controllare che non sfugga di mano per usi perversi. E qui viene in gioco ancora il ruolo della politica e la sua capacità di organizzare il mondo, l’umanità, in una logica di pubblico, generale interesse. Il Nobel Geoffrey Hinton 4-5 anni fa su Financial Time scrisse: “Facciamo attenzione a un’intelligenza artificiale simile a Dio”, a dire senza limiti. Uno che pensa queste cose non può stare con Musk, che non vuole imitare, ma essere Dio. In fondo, qualcosa che assomiglia a questa rivoluzione fu addirittura la formazione dell’alfabeto che sostituì con la scrittura l’uso della memoria».

Per usare l’AI e non divenirne dipendenti, occorre essere culturalmente attrezzati, in un tempo in cui sta avvenendo invece un fenomeno inverso.

«La scuola ha un compito molto importante e vitale: mantenerci legati alla nostra cultura. Bene dunque la scelta di riprendere il latino. La Cina sta lanciando un piano di investimenti per miliardi per portare il greco nelle proprie scuole. Farà così incontrare Socrate e Confucio. Ci sono paesi che stanno assorbendo parte della nostra cultura e ci interrogano. Un Paese si sente più forte se ha maggiore consapevolezza della propria storia, per questo è assai importante la scuola».

Scuola che oggi è terreno di battaglia politica a proposito dell’integrazione dei cittadini immigrati.

«La scuola è in profonda trasformazione, con dentro gli italiani nuovi. L’incubatore dell’Italia di domani. Che gli immigrati vengano dall’Africa o dall’Asia, non li esime dal conoscere l’Italia. Se vogliono vivere bene qui, occorre che ne abbiano anche conoscenza e, arrivo a dire, pure orgoglio. Il punto è che non ci siamo accorti 30 anni fa di quest’onda di cambiamento che stava entrando».

Cosa è accaduto negli ultimi 30 anni in Italia e in particolare a Nord Est? Parliamo di Veneto e Friuli Venezia Giulia perché esposti maggiormente e in anticipo ai cambiamenti.

«La politica è in profondo ritardo, non abbiamo chi pensi e agisca in funzione non del consenso di oggi. E manca un rapporto di fiducia nei riguardi della guida del Paese, ciò che è grave. Sul piano economico abbiamo fatto molto poco, come del resto l’Europa. Non so cosa accadrà alla Germania. Dopo la crisi del 2008 gli altri si sono ripresi, noi siamo rimasti fermi. Dal 2008 noi siamo in netto ritardo, se non addirittura in stallo, su tutti. Ci siamo impoveriti, ciò che la politica cerca di nasconderci. Penoso a pensarci. Mentre stiamo entrando in una nuova crisi legata all’introduzione di nuovi strumenti tecnologici che cambieranno radicalmente i fattori della produzione. Intendo i robot».

Ma qual è il suo giudizio del governo Meloni? Al di là della longevità, i ministri dei dicasteri più importanti cosa lasciano di fatto e di futuro?

«Non possiamo non rimproverarci quando, alla crisi politica degli anni’90, non abbiamo badato a buttare il bambino con l’acqua sporca. Oggi rischia di essere rivalutato persino Berlusconi. Manca del tutto una idea di trasformazione del Paese, un’idea che si accompagna a una rivoluzione tecnologica senza confini».

E le rappresentanze di categoria stanno interpretando questa fase estremamente critica e stanno contribuendo a indicare un progetto Paese?

«Questo tocca un punto delicato se vogliamo pensare all’industria come avanzamento e progresso, non un oggetto stabile, non tema di conservazione, ma di innovazione. In un mio intervento ai tempi dell’elezione di Squinzi alla presidenza di Confindustria richiamavo alla necessità di una rappresentanza industriale che ragionasse più forte in termini di sviluppo. Quanto Marchionne chiedeva alla FIAT e Milleri faceva in Luxottica nella ricerca di contrastare un processo di de-industrializzazione galoppante. Non posso qui non rilevare che nel Veneto il presidente degli industriali, un ottimo imprenditore, produce vino. Lo stesso va detto per il presidente attuale di Confindustria, Orsini, che opera con successo nelle costruzioni. In Germania il complesso delle piccole-media industrie, che comprende aziende con due miliardi di fatturato, è staccato dall’industria automobilistica che ha una propria, autonoma rappresentanza. Le due sono insieme a Berlino per gli aspetti generali dell’economia. Oggi la Germania soffre una crisi drammatica che purtroppo avrà un effetto anche sul nostro sistema. Pensiamo al Nordest».

A proposito di auto tedesca e di catena di subfornitura largamente diffusa a Nordest, cosa si aspetta da questa crisi drammatica?

«Dalla crisi del settore subfornitura dobbiamo imparare a trasformarci come produttori in nuovi settori, ciò cui si dedicherà la stessa Germania, come concorrente, per le decine di migliaia di operai che è previsto escano dal settore automobilistico».

Ma esiste a Nordest una politica capace di interpretare questi fenomeni?

«In politica il Nordest semplicemente non esiste. Trent’anni fa Giorgio Lago aveva dato una grande attenzione al Movimento dei Sindaci. È capitato che Massimo Cacciari ed io dessimo vita al Movimento del Nordest, anch’esso destinato però a sfiorire in poco tempo nella distinzione delle nostre personalità. Massimo attratto dai voli alti, io a guardare lontano. Chiuso. Continuiamo a essere buoni amici».

Esisteva anche allora un partito che del federalismo aveva fatto la propria bandiera.

«La Lega non ha mai concepito un vero progetto federalista, attraverso Bossi e il professor Miglio, che lo sostenevano e guardavano più a una secessione, ai più invisa. In un’intervista dopo le elezioni regionali, circa dieci anni fa, di fronte alla politica centrista esercitata da Salvini, io pensavo a una divisione che assomigliasse all’alleanza profonda tra la CSU bavarese e la CDU. Progetto che ho discusso anche con Zaia, ma mancò nel Veneto la determinazione per un’operazione che avrebbe dato alla Lega la libertà di estendersi in altre regioni e nella nostra attuare una politica improntata ai problemi del nostro territorio. Il federalismo di cui si continua a parlare non darà certo grandi frutti».

Ma sull’autonomia l’ex governatore Zaia ha chiamato anche un referendum.

«La battaglia dell’autonomia non ha mai trovato spessore. Molti slogan, senza contenuto e un percorso praticabile. E con questo governo, poi, è calata la pietra tombale, basti pensare alla ridicola abolizione del bollo, una tassa propria, pensata per le Regioni».

Non le piace questo governo?

«Oggi è dichiarato il rientro di una cultura bellicista e neo fascista che fa capo a Vannacci. Inquietante. Il paradosso è che il partito di Meloni possa (e debba) essere un muro contro questo rischio. Meloni in questo senso si sta comportando in modo coerente, abbiamo del resto un primo ministro che trova forte considerazione da giornali importanti, in USA, addirittura il NYT e WSJ e in Italia apertamente Il Foglio. Il pericolo non è solo Vannacci, ma quelli che la pensano come lui e che tendono a dimenticare i problemi veri del paese, bisognoso di un avanzamento culturale. Qui sta il punto: Giorgia Meloni ha certamente un ruolo importante nell’impedire che prendano spessore Vannacci ed un’idea retriva, regressiva, incivile. Cerchiamo di guardare con preoccupazione quanto sta succedendo in Germania con il successo di destre pericolose».

Riproduzione riservata © il Nord Est