Il presidente di Acciaierie Venete Banzato: «Rincari drammatici, così dovremo alzare i prezzi»
Il leader designato di Federacciai: «Un sostegno alle imprese è inevitabile, il prezzo del gas continua a essere molto alto così come l’elettricità ad agosto»

«Con questi costi saremo costretti ad aumentare i prezzi, ma così il mercato rischia di restringersi ancora. Servono interventi immediati sull’Ets e una strategia europea. Nel lungo periodo non possiamo rinunciare al nucleare». Alessandro Banzato, presidente di Acciaierie Venete e leader designato di Federacciai ribadisce l’urgenza di un’azione coordinata per affrontare il caro energia.
Banzato, cosa significa affrontare la ripresa produttiva con gli attuali prezzi dell’energia?
«Per noi è un dramma. Il prezzo dell’elettricità è rimasto altissimo durante tutto agosto, nonostante sia un mese nel quale i consumi industriali normalmente diminuiscono per le fermate degli impianti. Avrà inciso il caldo, con il maggiore utilizzo dei condizionatori, ma il dato resta: anche nei giorni scorsi le quotazioni si sono mantenute su livelli molto elevati. Il gas continua a viaggiare attorno ai 60-70 euro per megawattora. Ripartire in queste condizioni è oggettivamente problematico».
Quali margini hanno le aziende per assorbire i rincari?
«Non ce ne sono molti. Se i costi rimangono a questi livelli, bisogna provare ad aumentare i prezzi. La siderurgia, però, è alla base di molte filiere industriali: se rincara l’acciaio, l’aumento si trasferisce inevitabilmente su tutti i prodotti a valle. E c’è un secondo problema: prezzi più elevati rischiano di prosciugare ulteriormente una domanda che già oggi non è particolarmente vivace. Si crea così una situazione molto complessa».
È una sorta di reazione a catena: le imprese sostengono costi maggiori proprio mentre i consumi rischiano di ridursi.
«Esattamente. E non stiamo parlando di un’inflazione provocata da un eccesso di domanda, ma di un aumento dei costi di origine esterna. Le imprese devono produrre a prezzi molto più elevati e, nello stesso tempo, si trovano davanti un mercato più debole. Il punto di partenza resta l’energia: continuiamo a produrre elettricità soprattutto attraverso gas e altre fonti fossili e siamo quindi molto esposti alle oscillazioni delle quotazioni».
Quale dovrebbe essere la risposta strutturale?
«La diversificazione delle fonti. E lo sappiamo. Le rinnovabili sono indispensabili e gli impianti vanno realizzati, ma in un Paese industrializzato come il nostro anche il nucleare è fondamentale. È chiaro che, anche partendo domani mattina, servirebbero almeno dieci anni. Si parla molto di mini-nucleare, ma le analisi che abbiamo condotto in Federacciai mostrano ancora costi piuttosto importanti. Tuttavia, bisogna cominciare: non possiamo continuare a rinviare ogni scelta».
La priorità è ridurre la dipendenza da un’unica fonte.
«Sì, perché la diversificazione consente almeno di attenuare gli effetti delle impennate dei prezzi. Se un Paese è totalmente dipendente da una fonte, ne subisce per intero ogni rincaro. Parallelamente occorre accelerare sulle rinnovabili, superando però il problema italiano delle autorizzazioni, che continuano a richiedere tempi lunghissimi nonostante la volontà delle imprese di investire».
Nel Nord industriale il fotovoltaico cresce con un basso consumo di suolo, utilizzando le coperture degli stabilimenti.
«È quello che stiamo facendo anche noi. Abbiamo investito nel solare, per esempio nello stabilimento di Verona, installando gli impianti sui tetti».
La richiesta di elettricità, intanto, è destinata ad aumentare.
«Non ci sono dubbi. Pensiamo soltanto allo sviluppo dei data center, che richiedono enormi quantità di energia non solo per funzionare, ma anche per raffreddare server e infrastrutture. Vale ormai per tutte le aziende, che dispongono di sistemi informatici sempre più complessi e di ambienti che devono essere mantenuti a temperatura controllata. Avremo sempre più fame di elettricità: proprio per questo occorre decidere come produrla».
In attesa degli investimenti strutturali, è necessario un sostegno pubblico a imprese e famiglie?
«Se i prezzi rimangono su questi livelli, una forma di sostegno deve essere trovata. Non parlo necessariamente di incentivi, ma anche di strumenti di copertura o di supporto finanziario. Naturalmente conosciamo la situazione dei conti pubblici italiani e sappiamo che i margini di manovra del governo sono limitati. Ma il problema non si esaurirà a settembre e non può essere ignorato».
Dove si potrebbe intervenire nell’immediato?
«Un primo terreno è quello dell’Ets, il sistema europeo delle quote di emissione. È diventato ormai uno strumento fortemente finanziarizzato, con quotazioni sempre più scollegate dall’economia reale. In una fase come questa si potrebbe valutare una sospensione temporanea o comunque una revisione del meccanismo. Confindustria si sta impegnando molto su questo fronte. Oggi l’Ets aggiunge un altro costo a un’energia che paghiamo già a livelli insostenibili».
Ma un sostegno pubblico avrebbe anche la funzione di difendere i primi segnali di ripresa dell’economia?
«Se la produzione e il Pil tornassero a diminuire, la situazione della finanza pubblica diventerebbe ancora più problematica. All’inizio dell’anno avevamo visto una buona partenza. Il secondo trimestre è stato più debole, anche a causa delle guerre e dell’incertezza generale, ma c’è ancora fiducia nella possibilità di una discreta chiusura dell’anno. Il rischio è che questi prezzi dell’energia affossino tutto. Per questo una forma di sostegno alle imprese costrette a pagare il costo pieno dell’energia deve essere individuata».
Acciaierie Venete si trova all’inizio della filiera e può quindi cogliere in anticipo i segnali del mercato.
«Proprio perché siamo produttori di base, vediamo prima di altri quello che accade. Avevamo registrato un buon avvio dell’anno, seguito da un rallentamento nel secondo trimestre. Ora intravediamo la possibilità di una ripresa nella parte finale dell’esercizio, ma l’energia rappresenta una minaccia molto seria. Se i costi restano così elevati, le imprese rinvieranno gli ordini, ridurranno la produzione o cercheranno forniture fuori dall’Europa».
La risposta dovrebbe quindi essere anche europea?
«Questo è un problema economico europeo. Noi produttori di acciaio competiamo almeno sul mercato continentale e, se tra un Paese e l’altro esistono differenze molto ampie nel costo dell’energia, la concorrenza diventa impari. Un’armonizzazione europea sarebbe certamente utile».
La siderurgia italiana ha già sperimentato una forma di cooperazione attraverso Interconnector. Come funziona?
«Le imprese energivore hanno contribuito alla realizzazione di infrastrutture di collegamento con altri Paesi, tra cui la Francia, l’Austria e il Montenegro. Nel caso francese, la linea permette di importare una parte dell’energia prodotta dalle centrali nucleari. L’infrastruttura viene utilizzata dalle imprese che hanno partecipato al progetto e, una volta completato il periodo previsto per il rimborso dell’investimento, passerà a Terna. È una quota molto piccola rispetto al nostro fabbisogno e non risolve certamente il problema, ma rappresenta un primo esempio concreto di possibile integrazione del mercato europeo».
Se aumenta il prezzo dell’acciaio, quali sono le conseguenze per il resto della manifattura?
«L’intero sistema Paese entra in difficoltà. Se rincara il prodotto di base, tutte le industrie a valle diventano meno competitive: dall’automotive agli elettrodomestici, dalla meccanica alla componentistica. Le aziende possono allora decidere di comprare la materia prima all’estero, dove costa meno. Ma poi non possiamo sorprenderci se i prodotti cinesi arrivano sul nostro mercato a prezzi molto inferiori ai nostri».
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