Cottarelli: «Il governo spinga le aziende ad aumentare gli stipendi»

L’economista a Padova ha presentato il suo ultimo libro: «Il taglio dei prezzi potrebbe essere frutto di pressioni del governo azionista»

Riccardo Sandre
L’economista Carlo Cottarelli, professore alla Cattolica di Milano
L’economista Carlo Cottarelli, professore alla Cattolica di Milano

«La decisione di Eni di tagliare i costi dei carburanti fa tornare in mente quel periodo di molti anni fa in cui le società a partecipazione pubblica si muovevano spesso su pressione della politica piuttosto che seguendo le regole del mercato». Ne è convinto Carlo Cottarelli, economista con alle spalle una lunga carriera prima a Washington al Fondo monetario e direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano.

Giovedì sera era a Padova per presentare il suo ultimo libro “L’economia facile”, titolo emblematico perché, per l’ex commissario alla Spending Review, «conoscere l’economia serve a ciascuno di noi ma anche alla collettività perché permette di giudicare con più cognizione di causa le proposte e le conseguenze delle politiche pubbliche di chi ci governa». Ed è inevitabile affrontare la questione relativa al price cap sui carburanti.

Professore, la scelta di alcune grandi compagnie di tagliare i costi dei carburanti per un periodo di tempo limitato può avere un effetto anche sul resto degli operatori?

«Questo ancora è tutto da vedere. L’esperimento è stato tentato anche con la Total in Francia ma non ha avuto successo. Qui in Italia invece qualcosa sembra muoversi: attualmente non solo Eni ma anche alcune altre compagnie, come ad esempio IP, stanno facendo scelte analoghe anche se con prezzi diversi e solo per una parte della propria rete. Tuttavia rimane difficile comprendere come una società come Eni, quotata in borsa e soggetta alle pressioni anche dei propri azionisti, abbia potuto scegliere di muoversi in questo senso».

Come se lo spiega?

«Proprio nei giorni in cui si è decisa l’iniziativa i prezzi del petrolio erano in calo e questo può avere in qualche modo agevolato la decisione. È vero però che una riduzione unilaterale dei prezzi come quella di Eni avrà probabilmente un effetto sulla redditività dell’azienda, per quanto l’iniziativa sia limitata nel tempo. E questo rischia di avere a sua volta un effetto sui dividendi per gli azionisti. D’altra parte oltre il 33% del totale delle azioni sono detenute dal ministero dell’Economia e delle Finanze e soprattutto da Cassa depositi e prestiti (oltre il 30% del totale). Questa può essere stata una mossa legata all’intenzione di evitare un danno maggiore o è possibile che la politica abbia esercitato sull’azienda una pressione sufficiente a promuovere questa iniziativa. Un’ipotesi, quest’ultima, che fa tornare in mente quel periodo di molti anni fa in cui le società a partecipazione pubblica si muovevano spesso su pressione della politica piuttosto che seguendo le regole del mercato».

Ad ogni modo una riduzione netta che arriva fino a 30 centesimi al litro non può che essere ben accetta, è d’accordo?

«Dipende dai punti di vista: se vado a fare un pieno ne ho certamente un vantaggio di qualche euro, anche di una decina e più, in alcuni casi. E non solo: la riduzione del costo dei carburanti interviene sull’inflazione e stimola la crescita, oltre a lasciare qualche soldo in più nelle tasche dei cittadini. Ma sul medio-lungo periodo le conseguenze di questa iniziativa possono non essere così vantaggiose, né per i singoli né per la collettività».

In che senso?

«Quando si interviene su un’economia bisogna tenere conto in che condizioni è quella stessa economia. L’Italia non è affatto in recessione, anzi: recentemente l’Ocse come pure l’Istat hanno rivisto le prospettive del Pil 2026 del Paese stimandone la crescita dall’iniziale +0,5% allo 0,9%. Percentuali in linea con la capacità di crescita del nostro sistema produttivo. Se si mette ulteriore denaro in un meccanismo che non può assorbirne questo rischia di venire sprecato. L’effetto potenziale è duplice: da una parte più soldi in tasca potrebbero accelerare la crescita dei prezzi e dall’altra agevolare la spesa di prodotti e servizi che il Paese non è in grado di produrre. In pratica si regala del denaro ai propri partner commerciali all’estero invece di tenerlo in casa e renderlo produttivo. C’è poi un tema di efficienza: se io investo (come Stato o come società partecipata) su interventi di riduzione indiscriminata del prezzo dei carburanti, a beneficiarne è allo stesso modo chi ha molto denaro e chi ne ha pochissimo».

Cosa suggerirebbe quindi?

«Adotterei degli interventi mirati per categorie specifiche, proposta che il Governo aveva ventilato ma che non si è concretizzata. Nel frattempo userei la stessa capacità di moral suasion che l’esecutivo ha dimostrato di avere con le società petrolifere anche con le aziende private per intervenire sui salari dei lavoratori dipendenti: salari che sono un anello debole della nostra economia e che, prima di questa ulteriore spinta inflattiva, erano ancora inferiori, in termini di capacità di acquisto, dell’8% rispetto a quelli del 2021».

 

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