C’è un lago nascosto sotto terra, vicino a Chioggia. Ma la sua acqua non si può usare

Il bacino sotterraneo scoperto tra Cavarzere e Chioggia è una riserva di “oro blu” non è aspirabile: c’è rischio di subsidenza e cuneo salino

Filippo Tosatto
Una ricostruzione del lago sotterraneo
Una ricostruzione del lago sotterraneo

Quella riserva d’oro blu giace da migliaia d’anni nel sottosuolo veneto e, nel prossimo futuro almeno, resterà intatta perché l’estrazione intensiva dell’acqua, è l’altolà della scienza, esporrebbe all’“effetto Atlantide” i centri abitati dell’adiacente costa Adriatica.

Fuor di metafora: il bacino sotterraneo scoperto tra Cavarzere e Chioggia, in suoli caratterizzati da una depressione che raggiunge i 4 metri sotto il livello del mare, non consente di ipotizzare attività sistemiche di sfruttamento ad uso agricolo e domestico, pena accentuare il cuneo salino o, peggio, innescare fenomeni di subsidenza dall’esito imprevedibile. In verità, la stessa dimensione del flusso idrico, individuato nell’ambito del progetto italo-croato SWARMrisk, è a tutt’oggi indefinita.

«Le indagini svolte e i dati incanalati nella piattaforma predittiva Hydrocloud ci consegnano una conferma di straordinario valore per la salvaguardia del comprensorio, siamo di fronte ad un gigantesco giacimento d’acqua dolce, esteso per circa 30 mila ettari, una superficie paragonabile all’intero lago di Garda», assicura Lorenzo Frison, ingegnere del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo e responsabile del citato progetto per l’ente.

Monitor e sensori

«Non abbiamo quantificato il volume complessivo dei corpi acquiferi ma escludiamo stime così elevate», ribatte a distanza il geologo Luigi Tosi, dirigente di ricerca del Cnr, il “motore” dell’azione sul campo, decisamente più prudente nelle previsioni e attento invece a rimarcare i progressi compiuti nella conoscenza della situazione idrogeologica della zona costiera, ora monitorata da “supersiti” dotati di sensori altamente innovativi: «Ci aiuteranno a sviluppare modelli capaci di individuare gli interventi di mitigazione più efficaci, contribuendo a identificare eventuali acquiferi non contaminati, definendo la loro collocazione e le possibilità di sfruttarli senza causare ulteriori problemi, come il fenomeno della subsidenza o l’ulteriore intrusione salina negli strati inferiori a causa della depressione delle falde».

Nell’immediato, aggiunge, il bacino rivelato «va assolutamente protetto, escludendo il ricorso a pozzi di prelievo ed estrazioni massive».

Al più, «in casi di emergenza, dettati da siccità straordinaria, è pensabile un ricorso limitato, preceduto da attente valutazioni e rispettoso dell’assetto naturale». Significativa al riguardo appare la genesi della scoperta, risalente alla primavera dello scorso anno.

Sorpresa nel sottosuolo

«Il nostro obiettivo consisteva nella raccolta di informazioni utili a comprendere e contrastare la progressiva salinizzazione dei suoli, perciò abbiamo concentrato le operazioni di escavo dei pozzi in località strategiche tra Adige e Brenta, cioè il sito di Buoro e quello di Punta Gorzone», puntualizza Sandra Donnici, che del Cnr è primo ricercatore.

I carotaggi effettuati in territorio chioggiotto, uno spinto a 12-15 metri di profondità e l’altro fino a 35, hanno intercettato due distinti corpi acquiferi, separati da uno strato geologico denominato “acquitard”. Spesso oltre dieci metri, composto da argille e limi compatti a bassa permeabilità, si è formato tra 22 e 10 mila anni e funge da barriera naturale tra le sabbie che ospitano le falde.

Sandra Bonnici (con il cartello) e Luigi Tosi (a destra) ricercatori del Cnr
Sandra Bonnici (con il cartello) e Luigi Tosi (a destra) ricercatori del Cnr

«L’acquifero superiore ha rivelato, inizialmente, una concentrazione di sale di 1-2 grammi per litro che aumenta con la profondità, raggiungendo i 14 grammi, un valore che rende l’acqua dannosa per le colture agricole», osserva la studiosa «tuttavia, il secondo pozzo, più profondo, ha riservato una sorpresa positiva. Tra i 28 e i 35 metri è stata individuata acqua dolce, con una concentrazione salina di appena 1 grammo per litro. La presenza dell’acquitard si è dimostrata decisiva nel preservare la risorsa idrica».

Un progetto internazionale

In attesa degli eventi (la seconda tappa si è conclusa ieri e si profila una terza mission) non è superfluo segnalare il carattere internazionale e multidisciplinare di SWARMrisk.

Un esempio di cooperazione transfrontaliera finanziata dall’Ue con un budget di 2,1 milioni, che include le università di Spalato e Zagabria, l’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr, la Regione Veneto, il Consorzio di Bonifica con sede a Este e la società padovana di ingegneria M3E (espressione dell’ateneo) che, fa sapere l’ingegnere Omar Tosatto, ha fornito agli esperti i modelli e le simulazioni idrogeologiche. Svariate competenze, una priorità condivisa: affrontare la vulnerabilità dei bacini costieri esposti ai cambiamenti climatici.

Perché «la contaminazione salina persiste e ha molte cause ma fa notizia soltanto d’estate, poi l’attenzione si spegne, quasi che il fenomeno tendesse a svanire anziché ad aggravarsi, come sta avvenendo», conclude Tosi, persuaso che l’immediato futuro, oltre a investimenti mirati nella ricerca, richiederà sbarramenti e deviazioni fluviali e cambi di colture in favore di produzioni maggiormente resistenti.

 

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