La vigna del Nordest non affonda nella bufera

Export a meno 6,2 per cento in sei mesi, il Veneto resta primo con 1,3 miliardi e il Friuli cresce. Guidolin: «Il Prosecco Doc chiude a 670 milioni di bottiglie». Boscaini: «Servono interventi strutturali, troppe denominazioni». Bottega: «Manca coesione»

Maurizio Crema

Il nordest tiene la barra a dritta in mezzo alla bufera del mercato del vino, forte di un primato dell’export che regge grazie a bianchi fermi e bollicine. Ma serve una virata. «Nulla sarà più come prima – spiega Christine Mauracher, docente di economia agroalimentare e direttrice dell’Agrifood Lab dell’università veneziana Ca’Foscari –. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una forte crescita del mercato del vino, soprattutto in certi comparti; oggi il settore deve fare i conti con una battuta d’arresto dovuta a fenomeni congiunturali, dazi, inflazione, caduta del potere d’acquisto e tensioni geopolitiche, ma anche a fattori strutturali: il cambiamento dei consumi e quello climatico. Il nordest può far valere eccellenze come il Prosecco, che ha saputo farsi sistema in una filiera integrata unica al mondo e sa innovare puntando su nuovi vini come il rosé. Ma altre tipologie devono ritrovare spinta reinventandosi, segmentando i prodotti per stare su tutti i livelli di prezzo, anche i più accessibili. Serve poi diversificare sull’estero, perché le vendite sono spesso concentrate in pochi mercati, e ci sarà anche da limitare la produzione».

La fotografia dell’export

Gli ultimi dati dell’export fotografano la situazione: nei primi sei mesi del 2026 le aziende italiane hanno perso il 6, 2 per cento del valore delle vendite all’estero e il 4 per cento nei volumi rispetto a un anno fa.

Il Veneto si conferma al primo posto nazionale con 1,3 miliardi di vino venduto fuori confine, pur con una perdita dell’8, 4 per cento. È andata peggio al Trentino Alto Adige (-12, 2 per cento), mentre a nordest spicca il Friuli Venezia Giulia, che sale a 121,4 milioni con un guadagno del 2, 5. Aumentano le giacenze in cantina: 16 milioni di ettolitri a fine luglio contro i 13, 6 del 2025.

Segnali positivi arrivano dai mercati extra Ue, con l’export a +8 per cento nel terzo trimestre e il ritrovato mercato Usa. Il conto dei primi nove mesi resta negativo (-3 per cento), ma l’aumento di settembre negli imbottigliamenti di Doc e Docg (+5 per cento), con in prima fila spumanti e bianchi fermi (intorno al +7), fa sperare in una ripresa aiutata anche dal boom dell’enoturismo.

«I consumatori scelgono meno i vini strutturati o barricati, cercano prodotti più fruttati, facili da bere. E vedo una flessione anche per i dealcolati – osserva Giancarlo Guidolin, imprenditore e presidente del Consorzio Prosecco Doc, più di 12 mila aziende su nove province del Veneto e del Friuli Venezia Giulia –. Abbiamo appena concluso la vendemmia e le previsioni sono positive: dovremmo chiudere l’anno con 670 milioni di bottiglie vendute contro i 667 dell’anno scorso, per un giro d’affari al consumo di 3, 8-4 miliardi, circa la metà all’estero. Numeri importanti, ma dobbiamo promuovere meglio il prodotto e far crescere la qualità. La stabilità di prezzo, da 180 a 190 euro all’ettolitro per lo sfuso e 1, 20-1, 25 euro al chilo per le uve della vendemmia 2026, è un fattore importante per riconoscere valore anche ai nostri agricoltori».

Il segreto? «Stiamo attenti a tutte le componenti, dall’uva alla lavorazione, ma anche a chi ci fornisce la tecnologia. Tutti devono avere un comportamento corretto e la loro giusta fetta di torta». E le tensioni con le Docg di Asolo e Conegliano Valdobbiadene? «Con loro c’è massima collaborazione, abbiamo una società consortile insieme che tutela da imitazioni e sofisticazioni, ma restiamo con identità diverse: Asolo, ad esempio, ha anche altri vitigni. Ognuno ha la sua storia, non serve un unico consorzio».

Il pugile suonato

Per qualcuno, però, di fronte a questa crisi le denominazioni sono troppe. «Nei primi mesi dell’anno l’atteggiamento era di incredulità, con effetto da pugile suonato – osserva Sandro Boscaini, presidente di Masi Agricola, il gruppo con base veronese e respiro trevigiano con Canevel, 64, 4 milioni di fatturato consolidato nel 2025 –. Ognuno era alla ricerca di antidoti e novità. Oggi ci si rende conto della dura realtà di transizione vissuta dal settore, per problemi esogeni e per situazioni endogene mai affrontate. Il tema sarà come passare alle azioni necessarie. Servono interventi strutturali a livello aziendale e di istituzioni: nel governo delle filiere bisogna sburocratizzare mantenendo qualità e controlli, e nel caso delle denominazioni snellirne il numero eccessivo».

«In autunno registriamo segnali di ripresa negli ordini dopo un’estate fiacca, dovuta anche al gran caldo. Ora pensiamo positivo per fine anno e crediamo di chiudere intorno ai due milioni di fatturato, il 30 per cento dall’export – sottolinea Brigitte Zamò, responsabile commerciale de Le Vigne di Zamò, l’azienda di Rosazzo di Manzano, nell’Udinese, nata nel 1978 con i primi cinque ettari comprati da Tullio Zamò e partner di Oscar Farinetti in Fontanafredda –. Per la nostra famiglia, impegnata in Ilcam Group, la cantina è sempre stata una pura passione».

Una passione che deve fare i conti con una rivoluzione di mercato. «I giovani bevono sempre meno anche da noi, ma cercano di più la qualità. Penso però che le prospettive dei produttori del Friuli Venezia Giulia restino positive: la nostra terra ha vini unici, legati al territorio, con un rapporto qualità-prezzo equilibrato, fattore importante oggi con la crisi dei consumi. Si è puntato sui vitigni del territorio, cercando di non omologarsi, e la strategia sta dando frutti soprattutto ai produttori di collina». Ma c’è da migliorare. «Noi produttori dovremmo essere più uniti – avverte Zamò – per dar forza ai nostri vini sui mercati».

Il gioco di squadra

Il gioco di squadra è un problema anche veneto. «La situazione oggi è un po’più positiva rispetto a qualche mese fa – racconta Sandro Bottega, alla guida della spa trevigiana di famiglia che va dalle bollicine del Prosecco ai rossi di alta gamma e ai distillati –. Il nordest tiene, ma ha ancora grosse lacune: non c’è coesione tra noi produttori, servirebbe più cooperazione. E non riusciamo a raccontarci al meglio: troppi venditori dei nostri vini sanno solo il prezzo, mentre oggi soprattutto i giovani vogliono sapere dove e come si produce. E si è valorizzato poco il biologico, anche sul prezzo».

I vini su cui scommettere? «Spumanti, bianchi e rossi più leggeri», risponde Bottega, che delinea la sua fine d’anno: «Chiuderemo in leggera crescita, intorno ai 100 milioni di fatturato. Va bene così».

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