Il viaggio nello stomaco del turista a Venezia
Tra gli stranieri in laguna per scoprire che cosa mangiano davvero: colazione con il croissant, pranzo con il ragù, cannoli ovunque, cicchetti che diventano tapas. Nessuno conosce un vero piatto veneziano

«Mangiare, mangiare la pizza!» esclama un ragazzo con accento americano uscendo dalla stazione di Venezia, agitando le mani sopra la testa in un gesto che TikTok ha reso il simbolo dell'Italia.
Il turista internazionale che arriva a nordest vuole mangiare pasta, pizza, focaccia e tiramisù; bere cappuccino, Spritz, magari qualche Hugo. Per capire come percepisce la gastronomia locale siamo andati a parlare con lui, a Venezia. E viaggiando nello stomaco dei turisti ci siamo accorti che il loro appetito, a volte, modifica i menù e le vetrine.

La colazione e il cannolo
Si parte la mattina, a colazione «con la brioche alla marmellata, che in realtà è un croissant», sorride Roxane, francese, 31 anni. Krystian, polacco, 25 anni, ha scelto «un panino salato. Mi sembra sia la colazione italiana, no?».
Da Bonifacio, bar-pasticceria aperto novant'anni fa in una calle nascosta dietro piazza San Marco, Carlotta, la titolare, ne sente di tutti i tipi: «Mi chiedono il panettone ad agosto, il caffè alla vaniglia, i cannoli col pistacchio. Mi rifiuto, noi rispettiamo la tradizione».
Non è il caso di molte vetrine della zona, strapiene di cannoli al mango: li vogliono tutti i turisti intervistati. Su questa fame ha una teoria lo storico dell'alimentazione Alberto Grandi: «Il cannolo diventa internazionale molto presto con l'immigrazione verso gli Stati Uniti. È citato anche nel Padrino, quando Clemenza dice: lascia la pistola, prendi i cannoli. La cucina del centro-sud ha beneficiato, contrariamente a quella del nordest, dell'effetto Hollywood».
A pranzo che cosa si mangia? «Qualsiasi cosa con ragù», risponde Akiil, inglese, 30 anni. «Qua non trovo il vitello», si lamenta Zoheir, francese, 55 anni. Dalla stazione a piazza San Marco una cosa stupisce: tutti confessano di non conoscere un piatto veneziano. «Lo Spritz conta?» chiede Daniela, colombiana, 27 anni, che ha mangiato «una carbonara buonissima e una pizza margherita, ma non c'era il basilico come in Colombia».
Come mai nessuno cita i bigoli in salsa, la busara, il fegato alla veneziana? Per Danilo Gasparini, che insegna storia dell'alimentazione all'università di Padova, «è solo nel secondo dopoguerra che si costituisce a Venezia un menù a uso e consumo del turista, in cui si trova principalmente pesce. Nel primo ricettario veneziano, del 1908, prevalevano carne e frattaglie. Oggi la comunicazione sul cibo in Veneto viene fatta in ordine sparso, e si investe piuttosto sulle sagre, che non sono destinate ai turisti».
Il cicchetto diventa tapas
All'ora dell'aperitivo Becky, inglese, 26 anni, ha fatto ricerca prima di partire: «Viaggio soprattutto per mangiare! Ho provato i cicchetti, che mi ricordano la bruschetta». Per Dario Bertocchi, ricercatore in geografia del cibo all'università di Udine, il cicchetto veneziano si sta trasformando in una sorta di tapas: «Invece di cicchetti territoriali, come il mezzo uovo, i nervetti, la spienza o i barbussei, si trovano soprattutto cicchetti pensati come tapas: una base croccante, una proteina, una verdura. Più costosi, più belli da vedere, più facili da identificare. Perché dove c'è il turismo di massa non serve investire sul cibo territoriale: i ristoranti e i bacari si riempiono da soli».
Anche a costo di perdere qualcosa della loro peculiarità. A cena Llorenç, spagnolo di 32 anni venuto per la Maratona, ha ordinato «una focaccia con hummus», mentre Christiana, tedesca, 71 anni, confessa: «Insalata caprese, pizza e una birra. Siamo proprio dei turisti!», ride. E infatti. Finché si continuerà a seguire l'appetito dei turisti più che a far conoscere loro i piatti del territorio, questo sarà il menù.
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