Alle Scuderie di Miramare l’Egitto di Massimiliano d’Asburgo
In mostra fino al primo novembre sarcofagi, mummie e teste di faraoni arrivati anche dal Kunsthistorisches Museum

Era una giornata di metà luglio del 1855 quando, al sorgere del sole, l’arciduca Massimiliano d’Asburgo cominciò a salire sulla piramide di Cheope a El Giza. E proprio dalla piramide più alta di El Giza, da un suo modellino datato al 1854, con sullo sfondo un video in time-lapse dello stesso sito, inizia il viaggio nell’Antico Egitto della mostra «Una sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna», inauguratasi ieri alle Scuderie del Castello di Miramare, aperta al pubblico dal 2 aprile fino all’1 novembre. Nella medesima sala introduttiva si racconta il gusto per l’esotico che divenne un’autentica moda nell’Ottocento con la contemporanea diffusione di guide turistiche, falsi e souvenir.

La passione per l’arte egizia dell’arciduca, cominciata con l’acquisto di vari reperti già qualche anno prima, venne sicuramente incrementata da quel viaggio compiuto quale comandante della Marina austriaca da Trieste fino ad Alessandria d’Egitto, con visita a Il Cairo, Giza, Suez. L’intero itinerario era stato documentato dal fotografo Franz Mai, incaricato dalla imperialregia stamperia di Vienna: alcune di queste foto vengono riproposte nella seconda sala dove si illustra pure la moda orientalista che contraddistinse l’arredamento di molte dimore del tempo, la ricca biblioteca del Castello di Miramare o la sala moresca del Castelletto. Da un’immagine di quest’ultima riprodotta a piena parete si scorgono appesi al soffitto i festoni con uova di struzzo, decorazioni considerate benauguranti nel Nord Africa, riproposti pure nella sala della mostra, e il dipinto di Alois Schönn raffigurante i due “Colossi di Memnone”, sempre qui esposto. Tra i reperti della collezione dell’arciduca domina al centro la statua di grandezza quasi naturale in granodiorite che raffigura l’alto funzionario Sobekemsaf con un volto espressivo, testa rasata e corpo robusto, segno del suo rango elevato. Accanto a questa, la statua di Nimlot e i testi dell’egittologo e professore viennese Simon Leo Reinisch al quale l’arciduca affidò la catalogazione della sua collezione.

Oltre a progettare un vero e proprio museo che potesse esporre le sue raccolte d’arte antica, Massimiliano aveva deciso di collocare delle sculture nel Parco. Alcune immagini fotografiche mostrano come un sarcofago in pietra fosse stato posto lungo l’asse centrale di una delle aiuole del parterre superiore mentre la statua di un personaggio seduto si trovava lungo uno dei vialetti laterali. Intorno alla statua del Fanciullo orante erano stati posti inoltre quattro sparvieri scultorei, di cui due vengono riproposti in mostra. All’estremità del molo, nel porticciolo, sin dall’estate del 1860 era stata collocata la sfinge in granito rosa, ancor oggi lì presente, che ha ispirato il titolo della mostra e a cui è dedicata un’intera sala con un altro video in time-lapse: quasi un invito al visitatore ad osservarla dal vero una volta uscito dalle Scuderie.
Dopo la sala che espone vari preziosi reperti dal Museo Winckelmann di Trieste tra cui la mummia del sacerdote Pa-sen-en-hor, con il suo sarcofago e involucro in cartonnage, appena restaurata, si giunge nella sala centrale del secondo piano dove sono raccolti molti altri pezzi della collezione egizia dell’arciduca, in un suggestivo allestimento che rimanda alle sale del Kunsthistorisches Museum di Vienna dove oggi sono conservati. Qui affascina la testa regale di Sesostri III con la sua espressione determinata, estremamente realistica. Incuriosiscono un sarcofago per scarabeo in faience blu e una statua di “Ippopotamo nella posa del passo” di periodo imperiale romano.
Da ultimo un video racconta come nel tempo sia mutata la sensibilità nei confronti dell’arte e dei reperti antichi con un intervento di Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, tra i curatori della mostra insieme a Massimo Osanna, della Direzione generale Musei, Cäcilia Bischoff e Michaela Hüttner del Kunsthistorisches Museum di Vienna. —
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