Brass e il legame con la Laguna: «Venezia mi è madre, moglie e amante»

È stata la città della sua formazione, dei primi film e delle provocazioni. Nel 1963 il debutto con “Chi lavora è perduto”, tra le calli e i campi veneziani. A 90 anni espresse il desiderio che le sue ceneri fossero sparse qui

Marco Contino
TINTO BRASS
TINTO BRASS

Venezia è stata la “sua” città: quella della formazione, dei primi film, delle provocazioni e dei ritorni. Tinto Brass era nato a Milano, ma solo per caso. È cresciuto in laguna intrecciando un rapporto viscerale con questo luogo, tra ricordi familiari, cinefilia, libertà e, soprattutto, trasgressione.

Un legame che non è mai stato reciso, neppure quando Brass si è trasferito a Roma. Del resto, già il soprannome (Tintoretto, poi abbreviato in Tinto) che gli aveva affibbiato il nonno - il pittore e scenografo Italico Brass da cui erediterà l'amore per l'arte e lo spirito anticonformista destinati a diventare la sua cifra personale – aveva dentro tutta la città, con quell’omaggio al grande maestro veneziano della pittura.

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24/02/2023 Roma. Tinto Brass con sua moglie Caterina Varzi nella sua casa a Roma

E proprio quell’energia, quel gusto per il movimento dei corpi, la sensualità, le torsioni, i forti contrasti tra luci e ombre, con prospettive audaci, sembrano essere lentamente percolati nei secoli, dal tardo Rinascimento agli anni in cui il Tintoretto cinematografico muove i suoi primi passi come artista, dopo aver “tradito” gli studi padovani e la laurea in giurisprudenza (il padre Alessandro era uno dei penalisti più affermati della città, allievo di Francesco Carnelutti) per seguire una vocazione completamente diversa, grazie alla folgorazione per la Nouvelle Vague, con il rifiuto delle regole del cinema classico, le narrazioni frammentate, i salti temporali e i montaggi innovativi.

Esordio veneziano

Una attrazione fortissima e “fisica” che lo porta, naturalmente, a Parigi e a frequentare assiduamente la Cinémathèque française di Henri Langlois. Ma per il suo debutto dietro la macchina da presa, Tinto Brass non poteva che fare ritorno nella sua città.

È il 1963 quando, trentenne, gira “Chi lavora è perduto”. Un film già in anticipo sui tempi: anarchico, goliardico, generazionale, ambientato tra le calli e i campi di una Venezia popolare, vitalissima e carnale, molto lontana dallo sguardo cartolinesco nel quale il cinema continua ad ingabbiarla. Uno sberleffo all’Italia del boom economico, ma anche una sorta di elogio funebre degli ideali della Resistenza, richiamati dalle immagini di “Paisà” di Roberto Rossellini (da cui diceva di avere imparato tutto e con il quale aveva collaborato alla realizzazione del documentario “L'India vista da Rossellini”, prima, e “Il Generale Della Rovere”, poi).

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Quell’esordio irriverente era già abbastanza per scandalizzare i benpensanti ma Brass non toccherà un fotogramma di quell’opera che pure i censori dell’epoca gli avevano chiesto di rigirare. Si limiterà a cambiare il titolo: da “In capo al mondo” all’ancora più programmatico, appunto, “Chi lavora è perduto”. Che fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quell’anno, attirando l’attenzione (non sempre benevola) dei critici per quel suo sguardo impregnato degli umori della Nouvelle Vague e per il suo linguaggio sovversivo.

Rapporto simbiotico

Fu la prima volta al Lido, quella che non si scorda mai. E, infatti, solo pochi mesi fa, in occasione della presentazione alla Mostra n. 83 della versione restaurata del suo “Col cuore in gola”, Brass, assente per ragioni di salute, aveva affidato alla moglie Caterina Vanzi un messaggio che è, riletto oggi, è la dichiarazione d’amore più sincera per la città, distillato del rapporto simbiotico, intimo e ancestrale con la stessa: «Che il film ritorni sullo schermo restaurato proprio a Venezia, dove tutto ebbe inizio – aveva commentato - è una gioia immensa che è anche il segno di un ritorno a casa. Un legame viscerale mi lega a questa città. Come dico spesso: Venezia mi è madre, moglie, amante».

Nella lettera riconosceva anche come da quella relazione appassionata con la laguna derivasse in buona parte la propria cifra stilistica: «Già ai tempi di “Chi lavora è perduto” – continuava - il mio amico Scarabello diceva che negli anni non ci sarebbero stati né Venezia né i veneziani; mentre io ho sempre sperato che si sbagliasse».

La svolta erotica

Dal quel rapporto, «sia che mi occupi di temi politici, storici e sociali, sia che mi dedichi all'erotismo» discendono - concludeva - «la centralità del montaggio, l'ossessione figurativa, i giochi di macchina e di parole, l'ironia, l'autoironia, la sensualità e lo sberleffo carnale, la cifra non di rado grottesca e paradossale, hard, iperbolica e surreale del mio cinema, la rabbia beffarda, sulfurea e anarchica che lo percorre».

Ma con la Mostra del Cinema gli intrecci (almeno quelli ufficiali) si interromperanno presto, prima del ritorno di fiamma, quasi una riabilitazione, dello scorso settembre: nel 1964 presenterà il cortometraggio sperimentale “Tempo libero”; nel ’67 “Col cuore in gola” (fuori concorso) e, infine, nel 1971 “La vacanza” che ottenne il Premio della critica per il miglior film italiano, prima della svolta erotica che, per lungo tempo, gli chiuderà le porte del salotto festivaliero.

Ma, da trasgressore, Tinto Brass, al Lido tornerà ancora, trasformando ogni sua apparizione in uno spettacolo. Restano memorabili le sortite in barca, accompagnato dalle sue giovani attrici in abiti succinti, come accadde nel 1995 per promuovere il film “Fermo Posta Tinto Brass”; incursioni perfettamente coerenti con il personaggio che era e che ha, consapevolmente, continuato ad abitare, con autoironia non comune.

Un cerchio che si chiude

Se con la Mostra la relazione sarà sempre caratterizzata da un movimento di attrazione e repulsione - come una marea che avanza e ripiega - con un progressivo riavvicinamento in occasione delle retrospettive a lui dedicate a partire dagli anni 2000 (con “Yankee”, proiettato al lido nel 2007 nell’ambito della Storia segreta del cinema italiano, e poi con “Nerosubianco” per la rassegna “Questi fantasmi” del 2009), le porte della città resteranno sempre aperte.

Con Venezia che torna prepotentemente protagonista nel 1983 con “La chiave”, tratto dal romanzo dello scrittore giapponese Jun'ichirō Tanizaki. Qui Tinto Brass ambienta negli anni Quaranta uno dei suoi lavori più celebri, trasformando la città in una sorta di labirinto di desideri e segreti coniugali. Una atmosfera umida, con i canali e le ombre che diventano parte integrante degli interni borghesi in cui si consuma il gioco di sguardi e di immaginazione tra Stefania Sandrelli e Frank Finlay.

E poi, ancora, molti anni più tardi, nel 2002, Venezia, sotto il fascismo, diventa lo sfondo inquieto e decadente di “Senso ‘45”, un teatro ambiguo di seduzione e tradimento, tra bellezza architettonica e violenza della Storia. E, Venezia, forse, sarà anche l’epilogo di un viaggio cominciato ormai tanto tempo fa.

Nel 2023, alla vigilia dei 90 anni, Tinto Brass, infatti, raccontava, una volta ancora, del suo amore incondizionato per la città dove è cresciuto e dove, si augurava, venissero sparse le proprie ceneri quando sarebbe stato il momento. Lui che, in fondo, Venezia l’ha cercata un po’ anche a Roma, andando a vivere vicino a un’altra isola, quella Tiberina, che forse gli ricordava l’acqua della laguna, quelle atmosfere liquide nella quali ha sempre trovato la propria dimensione. L’ultima casa a cui ha sempre desiderato tornare.

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