Montanaro: «Per Brass la rivolta è iniziata contro il padre fascista, il suo regalo è la libertà»

Carlo Montanaro fu aiuto regista e amico di Tinto Brass. Il ricordo fuori dal set: «Ha usato in maniera straordinaria gli aspetti di Gigi Proietti, che lo scelse nel film “L’Urlo” quando era giovanissimo. Il gusto per la provocazione, entrambi insofferenti alle convenzioni, al perbenismo borghese. Ricordo bene il suo esordio»

Isabel Barbiero
Tinto Brass partecipa alle riprese del film "Tenera è la carne" il 22 settembre 1992, a Venezia
Tinto Brass partecipa alle riprese del film "Tenera è la carne" il 22 settembre 1992, a Venezia

«Muore Tinto Brass mentre Trump è immerso in un mare di sangue. Lui ci avrebbe sguazzato: perché la ribellione degli americani contro il potere ha qualcosa del suo sesso libertino: una forza dissacrante, insofferente ai divieti, capace di scardinare i tabù sociali e di mettere a nudo persino quello più indicibile, la violenza». Per Brass, in fondo, il sesso era «una disperata storia d’amore», racconta lo scrittore e critico cinematografico Carlo Montanaro, che di Brass è stato anche aiuto regista, «un gesto di libertà, provocazione e sovversione». Anche quando urtava, anche quando scandalizzava.

Quella “rivolta” cominciata molto prima del cinema.
«Dentro casa, contro il padre fascista. L’autorità, il primo potere da sfidare. Poi ha iniziato con le “cameriere” di casa… Anche lì al padre non è andata mica giù. Diciamo che è sempre stato precoce, poi esistevano le case di tolleranza. E lui ha sperimentato con le cameriere, filmati di 16 millimetri. Riusciva ad avere la connivenza».

Fuori dal set chi era?
«Profondamente ironico, dissacrante, ha usato in maniera straordinaria gli aspetti di Gigi Proietti, che lo scelse nel film “L’Urlo” quando era giovanissimo. Il gusto per la provocazione, entrambi insofferenti alle convenzioni, al perbenismo borghese. Ricordo bene il suo esordio»

Può raccontare come è avvenuto?
«Lavorava al casellario dei giornalisti della Mostra del Cinema; lì conosce la Cinémathèque francese e lì tocca con mano la Nouvelle Vague. Ero presente alla sua prima proiezione di “Chi lavora è perduto”: una sala in delirio, grida, applausi, reazioni sopra le righe. Era già tutto Brass: aveva girato con pochissimi soldi, ma una padronanza tecnica sorprendente: giochi di montaggio, accelerazioni, fermo immagini. Una ribellione alle regole del cinema».

Ha avuto molti detrattori?
«Molti indifferenti. Facevano finta che non esistesse. Gli rimproveravano di esagerare, di abbattere troppi tabù sessuali, e la censura era sempre in agguato. Io stesso l’ho aiutato con Salon Kitty, dove c’era, tra le altre, un ballo con uomini nudi. Insieme all’attore Bullo portavamo in cabina di proiezione una pizza alla volta, per poi ritirarla immediatamente: avevamo paura che ce la “sequestrassero”. Il film, in sala, è uscito “mutilato”».

Lei era un suo complice?
«Brass custodiva le copie integrali dei suoi film. Quando l’ho conosciuto, ho organizzato a Conegliano e al Cineforum di Venezia una retrospettiva con quelle versioni. Ma il vero complice era un altro».

Chi?
«La prima moglie, Carla. Complice in tutto. Lui pretendeva 365 piatti diversi all’anno e lei aveva imparato persino a preparargli la salsa del carpaccio dall’Harry’s Bar. E poi complice nel gioco, a Parigi lo accompagnava nelle “stanze al buio”: lo aspettava in macchina, poi se lo riportava a casa. Caterina, la seconda moglie, ha avuto la grande capacità di restargli accanto fin nella malattia. La stimo molto».

Il regalo più grande che ha lasciato?
«La libertà. Una questione da pittore veneziano, da Tintoretto: carne, luce, colore. Anche quest’anno ha portato alla Mostra un film contro la violenza (Col cuore in gola, ndr). Aveva seguito da vicino il processo di liberalizzazione in Inghilterra, dall’aborto all’omosessualità: per lui la libertà del corpo e quella individuale erano battaglie inseparabili. Ma non solo».

Cosa?
«L’ultimo regalo è un suo libretto del 2007, “Elogio del culo” pubblicato da Tullio Pironti, sulla sua vera ossessione, umanamente e fisicamente parlando. C’è sempre stata una grande ironia».

Riproduzione riservata © il Nord Est