Addio a Tinto Brass, l’omaggio di Buttafuoco: «L’ultimo applauso alla Mostra del Cinema»

Il presidente della Biennale di Venezia ricorda il grande regista morto mercoledì 4 novembre. Due mesi fa gli era stata dedicata la preapertura della Mostra del Cinema e gli era stato consegnato il premio Pietro Bianchi: «Uno dei pochi a saper tenere la macchina da presa con maestria e delicatezza»

Camilla Gargioni
La Sala Darsena per la proiezione di Col cuore in Gola (Jacopo Salvi, courtesy of La Biennale Asac)
La Sala Darsena per la proiezione di Col cuore in Gola (Jacopo Salvi, courtesy of La Biennale Asac)

C’è ancora il rumore degli applausi in Sala Darsena, di quel pubblico veneziano che ha omaggiato un regista che ha avuto Venezia come musa ispiratrice. È la prima immagine che viene alla mente di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia.

Proprio la 83esima Mostra del Cinema ha dedicato a settembre la preapertura a Brass, con la proiezione di Col cuore in gola (1967). In quell’occasione, gli era stato conferito anche il Premio Pietro Bianchi, riconoscimento che i giornalisti cinematografici italiani consegnano a una personalità eccellente, ritirato dalla moglie Caterina Varzi.

Tutto l’amore di Venezia per Tinto Brass
La redazione

Presidente Buttafuoco, partiamo da quella serata di settembre.

«Brass è stato una presenza costante al Lido, ed è stato bello, vibrante, emozionante che l’ultimo applauso sia stato alla Mostra del Cinema. Quell’omaggio lo abbiamo fatto in ragione della considerazione che Tinto Brass non è soltanto un grande regista, è partecipe di quello che un’istituzione come la Biennale ha saputo decifrare come lo spirito del tempo, con una capacità di visione, di trasgressione e di vera rivoluzione che si è accompagnata con uno strumento artigianale qual è quello dell’arte cinematografica».

Il rapporto tra Tinto Brass e la Biennale?

«Alberto Barbera ha saputo descrivere il percorso artistico di Tinto in una chiave che è quella che lo consegna alla sua poetica. Ci sono determinati passaggi nell’immaginario che hanno un affaccio pop, popolare: è Venezia che è capace di parlare a tutto il mondo. Se vogliamo fare un paragone pop che travalichi le generazioni, è come spiegarsi la perenne presenza di Corto Maltese nel mondo, perché è proprio Venezia che Tinto Brass ha sempre avuto presente nella sua produzione. Col cuore in gola è il racconto di un’Inghilterra che parla al globo, ma tutta la sua produzione cinematografica inizia sempre da un affaccio sul mondo che parte dal Canal Grande».

L’ultima volta che vi siete sentiti?

«Abbiamo atteso fino all’ultimo che il medico autorizzasse il viaggio fino a Venezia a settembre. Lo abbiamo celebrato con la moglie, Caterina Varzi, restituendo in quella serata la capacità di Brass di tenere la macchina da presa. È una qualità specialissima, pari a quella di tenere penna o pennello. Lui era uno dei pochissimi al mondo a saperla usare con maestria e delicatezza. E se ne riconosceva la scrittura».

Un maestro partito dal Lido.

«Brass nasce alla Mostra del Cinema con Chi lavora è perduto, nel 1963, a noi arrivato con il titolo In capo al mondo, poi Tempo libero nel 1964, La vacanza nel 1971. Lui è oggetto di studio: ricordiamoci che la delicatezza e dolcezza di Dante è arrivata a noi per tramite di Giovanni Boccaccio con quel Trattatello in laude, quindi c’è una vena antica mai cancellata di affidarsi a un maestro che aveva lo sguardo di chi sapeva apparecchiare le epifanie, che poteva essere la rappresentazione di quello che fu il movimento studentesco delle grandi trasformazioni della cultura giovanile fino al racconto di Venezia anche in forme inaspettate».

E anche trasgressive...

«La sua trasgressione è stata non aver riproposto il canone già presente in letteratura, ma essere riuscito a travalicare gli ambiti al favore popolare, offrendo protagonisti come Franco Branciaroli con cui stabilì un rapporto di complicità assoluto, che fu bellissimo. Poi anche il rapporto con la grande letteratura, lo stesso Mario Soldati fu fonte di ispirazione, e in Brass c’era il divertimento di costruire intrecci anche di ambito più alto».

L’eredità che Brass lascia al mondo del cinema?

«È un’eredità che va a chi studia e fa del cinema una dottrina di analisi e ricostruzione artistica, un po’ come quando si entra in libreria e accanto alle copertine più nuove, negli scaffali in alto, ci sono i fondamentali. E lui è già tra i classici».

Un film a cui è legato?

«Chi lavora è perduto. Nei nostri archivi, abbiamo la testimonianza con cui al Lido venne accolto, era un’epoca particolare in cui Tinto Brass usciva dal grande schermo per andare sul palcoscenico e si confrontava con Carmelo Bene. E come sempre la Biennale era presente: un palco naturale per espressioni geniali».

 

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