Stefano Nazzi porta il Mostro di Firenze in Friuli: «Quello di Udine? Voglio raccontarlo in futuro»

Lo spettacolo “Indagini Live” arriva a Udine per raccontare il caso tra cronaca e rigore. Il giornalista: «Togliere, non aggiungere. Servono rispetto e ordine nella narrazione»

Timothy Dissegna
Stefano Nazzi
Stefano Nazzi

Otto coppie uccise, un mistero irrisolto e una narrazione che ha oscurato i nomi delle vittime in favore di sospetti e ipotesi sempre più stravaganti. È da qui che parte Stefano Nazzi, giornalista e autore tra i più autorevoli del panorama true crime nazionale, per riportare al centro dell’attenzione una delle vicende più inquietanti della cronaca nazionale: il caso del Mostro di Firenze. Lo farà con “Indagini Live-Una nuova storia”, in scena martedì 29 luglio alle 21 al Castello di Udine, unica tappa del Nordest del tour estivo (già venduti 1.900 biglietti, gli ultimi 50 in vendita su Ticketone e in cassa dalle 18).

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Al centro, il Mostro di Firenze. Tra il 1968 e il 1985, 16 persone vennero assassinate nelle campagne toscane, dando vita a un'indagine lunga decenni, tra verità processuali e misteri irrisolti. Dopo il successo teatrale nelle grandi città italiane (7 sold-out a Milano, 3 a Torino, Bologna e Roma), il racconto di Nazzi arriva in Friuli con l’intento di fare luce, senza spettacolarizzazione, su una delle vicende più traumatiche del nostro Paese. E in futuro, uno spazio del suo podcast prodotto da Il Post potrebbe interessare un altro mostro: quello di Udine.

Nazzi, nel suo spettacolo porta in scena il caso del Mostro di Firenze. Cosa dobbiamo aspettarci?

«È come portare un podcast dal vivo, ma con immagini, audio e un impianto teatrale. Ripercorriamo gli eventi, i processi, le ipotesi – ma anche le sensazioni che la vicenda ha lasciato. Fu una storia traumatica, non solo per chi visse quegli anni in Toscana, ma per tutta l’Italia. Il racconto serve a mettere ordine tra verità, invenzioni e costruzioni mediatiche».

Cosa significa oggi tornare su una storia così raccontata? C’è ancora qualcosa di nuovo da dire?

«Nuovo, forse no. Ma c’è bisogno di ordine. Questo caso è stato coperto da tantissime ipotesi sensazionalistiche, spesso poco fondate. Il mio lavoro è togliere più che aggiungere: capire cosa resta davvero di quella storia. Rileggendola si colgono aspetti che erano rimasti ai margini, si scopre quanto sia stata travisata nel tempo».

Uno degli aspetti che sottolinea è la dimenticanza delle vittime.

«Sì. Tutti conoscono i nomi degli imputati, pochi ricordano quelli delle vittime. Erano giovani, ragazzi e ragazze. Sono stati dimenticati. È come se, nel racconto, il “diavolo” – l’assassino, il colpevole – avesse attirato tutta l’attenzione. Eppure, il rispetto per le persone coinvolte dovrebbe venire prima di tutto».

Ha raccontato anche altre storie difficili, come il massacro del Circeo. Come si entra in contatto con la sofferenza delle vittime?

«Con rispetto. Io non aggiungo aggettivi, non forzo le emozioni. Le storie vere, già da sole, trasmettono molto. Non vanno romanzate. Bisogna sempre ricordare che non parliamo di “personaggi”, ma di esseri umani».

Il passaggio dal podcast al teatro, fino alla televisione: quanto cambia il modo di raccontare?

«Il linguaggio cambia in parte, ma l’essenza no. Che sia un podcast, uno spettacolo teatrale o una trasmissione TV, per me il racconto rimane fedele al metodo: ricostruzione, verifica, rigore. La forma si adatta, il contenuto no».

Viviamo un ritorno dei “cold case”. Non c’è il rischio di alimentare una curiosità morbosa, più che una ricerca della verità?

«Dipende da come se ne parla. Il caso di Garlasco è emblematico: si sono dette cose assurde, ipotesi fantasiose, senza fondamento. Sicari, santuari… ma alla fine, cosa resterà di tutto questo? Parlare è lecito, ma bisogna farlo con serietà e rispetto per le vittime e le famiglie».

A proposito: conosce il caso del Mostro di Udine?

«Sì, e voglio sicuramente affrontarlo in futuro nel podcast. Anche lì, come in altri casi, è il mistero a colpire. Il non sapere, il non aver trovato risposte».

Come sta cambiando il lavoro del cronista rispetto al passato?

«È cambiato moltissimo. Un tempo i giornalisti arrivavano persino sulla scena del crimine. Oggi è tutto più chiuso, anche per effetto della legge Cartabia. Ma a volte è anche una reazione alla spettacolarizzazione dei media, che anticipano i processi e orientano l’opinione pubblica. Quando manca l’accesso alle fonti, però, il vuoto viene riempito con fantasie. E questo allontana dalla verità».

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