Un viaggio nello scandalo Watergate: i 50 anni di “Tutti gli uomini del presidente”

Mezzo secolo dopo l'anteprima del capolavoro di Alan J. Pakula, il racconto dello scandalo resta il manifesto del giornalismo d'inchiesta. La sfida di Woodward e Bernstein che portò alle dimissioni di Nixon e cambiò per sempre il cinema politico

Gian Paolo Polesini

Un manifesto del giornalismo d’inchiesta: “Tutti gli uomini del presidente”, di Alan J. Pakula (che firmò anche “La scelta di Sophie” con Meryl Streep).

Quattro Oscar su otto nomination per il film che racconta l’indagine del “Washington Post” culminata nel 1974 con lo scandalo Watergate e le dimissioni di Richard Nixon da Presidente degli Stati Uniti.

Il 4 aprile 1976 fu la data scelta per l’anteprima, mentre il 9 la pellicola uscì nelle sale americane; il 21 ottobre arrivò nei cinema italiani. Una storia di cinquant’anni fa che non ha perso un solo grammo del suo fascino: la capacità di insegnare al mondo il valore della verità contro il potere.

Mezzo secolo dopo, l’opera continua a parlare al presente con sorprendente lucidità, ricordandoci quanto sia fragile la democrazia e quanto sia decisivo il ruolo dell’informazione libera.

A questo punto, un flashback è inevitabile per riportare in superficie una vicenda che è stata sepolta sotto tonnellate di sdegno postumo: perché così (mal) funziona l’umana esistenza.

Nixon è appena rientrato da un viaggio in Europa orientale e in Iran — pensate la combinazione — utile a firmare, insieme a Brežnev, il Primo trattato di riduzione degli armamenti. Nello stesso anno, il 1972, nella notte del 17 giugno, cinque uomini vengono fermati mentre si introducono nella sede del Partito Democratico, nel complesso residenziale Watergate.

Il giovane cronista del “Washington Post”, Bob Woodward, scopre che uno degli scassinatori lavora per la CIA.

A nutrire gli stessi sospetti è un altro giornalista del quotidiano, Carl Bernstein: sebbene il direttore preferisca affidare il caso a firme più esperte, il capocronista insiste perché siano proprio loro due a seguirlo.

L’epilogo è noto: si arriverà all’impeachment nei confronti di Nixon, nel frattempo rieletto a larga maggioranza contro il candidato democratico George McGovern.

Robert Redford s’interessò subito alla vicenda, durate la campagna promozionale per il film “Il candidato” – che racconta di un giovane avvocato idealista che si candida senza speranze al Senato - spingendo i due cronisti a trasformarla in un libro da cui avrebbe poi tratto il film. Nota era la sua avversione per Nixon.

“All the President’s Men” fu pubblicato nel giugno del 1974 e un mese dopo Redford acquistò i diritti per conto della Warner Bros, sborsando la ragguardevole cifra di mezzo milione di dollari. Serviva però un attore all’altezza per interpretare Carl Bernstein: dopo aver scartato Al Pacino, la scelta cadde su Dustin Hoffman.

Siamo lontani anni luce dalle dinamiche spettacolari del thriller contemporaneo: qui la tensione nasce dal lavoro quotidiano — fonti anonime, verifiche, documenti — dove ogni parola pesa. È una narrazione fatta di silenzi e dubbi, in cui l’eroismo si misura nella perseveranza.

“Tutti gli uomini del presidente” ha ridefinito il film politico, imponendo un linguaggio nuovo. Emblematica la figura di “Gola profonda”, la fonte segreta che orienta Woodward: un’identità rimasta nell’ombra per decenni e capace di alimentare un’aura quasi mitologica. Il film rifugge il sensazionalismo: ciò che conta è il processo, non il colpo di scena.

Di solito tra un evento e la sua trasposizione cinematografica passa molto più tempo: non i due anni che separarono il Watergate dall’opera di Pakula. È proprio questa prossimità tra realtà e rappresentazione a renderlo un caposaldo del cinema del Novecento, insieme alle interpretazioni magistrali di Redford e Hoffman.

Rivederlo oggi significa riscoprire un cinema capace di coniugare rigore narrativo e impegno civile. Ma anche interrogarsi su chi siano, oggi, i veri cani da guardia della democrazia. Mezzo secolo dopo, il film resta un monito: la verità non è mai scontata. Va difesa. E, soprattutto, raccontata.

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