Nestor Sensini compie 60 anni: «L'Udinese, la famiglia e il rigore di Italia '90»

L'intervista al campione argentino con più presenze in bianconero: i ricordi a Udine con Balbo, le vittorie e la vita da nonno

La redazione
Nestor Sensini compie 60 anni e li festeggia con la maglia dell'Udinese
Nestor Sensini compie 60 anni e li festeggia con la maglia dell'Udinese

Nestor Sensini compie sessant’anni. Cifra tonda per lo straniero con più presenze (261) nella storia con la maglia dell’Udinese. Ripercorriamo questo viaggio cominciato in un paesino chiamato Arroyo Seco.

Nestor, dov’è Arroyo Seco?

«A una ventina di chilometri da Rosario. A General Lagos, dove vivevano i miei genitori, non c’era l’ospedale. Per rendere l’idea è come se fossi nato a San Daniele abitando a Pagnacco».

La storia della sua famiglia?

«Papà Elio e mamma Ilda lavoravano i campi quando ero piccolo, io e mia sorella Monica davamo loro una mano. Più avanti abbiamo preso un negozio di cibo per animali».

Sensini è un cognome di chiare origini italiane...

«Mio nonno materno Pacifico Sensini era originario di Macerata, dalle Marche arrivava anche mia nonna che di cognome faceva Fermi».

La sua prima squadretta?

«Il Club Atletic Libertà. Si giocava sette contro sette, all’inizio facevo il centrocampista».

In camera aveva il poster di...

«Daniel Passarella. Avevo 12 anni quando l’Argentina vinse il Mondiale con lui capitano. Poi al Mondiale del 1986 in Messico feci parte della “Renato Cesarini”, una squadra di giovani che faceva da sparring partner alla nazionale e mi ritrovai a marcarlo sulle palle inattive. Incredibile».

La sua squadra del cuore?

«Da sempre il Newell’s Old Boys. Avevo 12 anni quando cominciai a indossare quella maglia. A un torneo estivo mi vide un allenatore, Carlos Dentesano e mi portò là».

Quando ha capito che il calcio sarebbe stato la sua professione?

«A 19 anni mi fecero il primo contratto, ma era solo una sorta di rimborso spese visto che mi ero trasferito in affitto a Rosario. L’anno dopo, quando cominciai ad allenarmi con la prima squadra, firmai il primo vero contratto, ma era annuale e si rinnovava di anno in anno».

A 20 anni è campione d’Argentina con il Newell’s.

«Era dal 1974 che non accadeva. Una grande soddisfazione. Nella parte finale della stagione arrivò da noi un certo Balbo e fu decisivo: segnò qualcosa come 9 gol in 12 partite».

L’anno dopo raggiungete la finale della Coppa Libertadores...

«Vinciamo 1-0 in casa con il National di Montevideo che al ritorno ci batte 3-0. Quella fu l’ultima finale senza il controllo antidoping nella Libertadores».

Nell’estate del 1989 la chiamata dell’Udinese...

«Ero alla Coppa America in Brasile, venne a vedermi Mariottini. Mi rendevo conto che ci sarebbero state tante situazioni nuove alle quali mi sarei dovuto adattare, ma andare a giocare in Europa era quello che volevo».

Come fu l’impatto con l’Italia?

«Premesso che in quegli anni ci giocavano i migliori calciatori del mondo, la differenza la notai negli allenamenti e nell’alimentazione. E infatti in sei mesi la mia struttura fisica cambiò».

A Udine si è anche sposato...

«A fine stagione ci sarebbe stato il Mondiale e il ct Bilardo ci disse che se dovevamo fare qualcosa era il caso di farlo prima. Fu strano, ma ho un ricordo bellissimo: cerimonia nella chiesa del castello, le famiglie mie e di mia moglie presenti, Balbo e Gallego testimoni, poi il rinfresco Là di Moret».

Quattro anni e spiccioli a Udine, poi il trasferimento a Parma. La prima volta contro l’Udinese non fu indimenticabile, vero?

«Feci un liscio che permise a Bertotto di segnare il gol vittoria. Ci restai male, volevo fare bella figura e finii con lo strafare commettendo un errore».

Pochi giorni dopo il gol a San Siro contro il Milan per vincere la Supercoppa Europea.

«A livello personale è uno dei ricordi più belli. Mi servì per prendere fiducia. Ero arrivato a Parma per sostituire un giocatore fondamentale come Grun».

In quelle stagioni a Parma compie trent’anni. È in quel periodo che si è visto il miglior Sensini?

«A livello di continuità sì, però anche nel mio ritorno a Udine credo di aver fatto bene».

Lei vince lo scudetto alla Lazio in una squadra infarcita di campioni. Difficile trovare spazio in quella squadra...

«Sapevo che non ero titolare: Nesta e Mihajlovic in difesa, Almeyda, Simeone, Veron, Stankovic e Nedved a centrocampo. Però con tanti impegni Eriksson mi diede abbastanza spazio».

Quello scudetto lo deve al gol di Calori alla Juve nell’acquitrino di Perugia. Ricorda quella domenica?

«La mezz’ora vissuta in palestra con l’orecchio incollato alla radiolina fu infinita. Ricordo che a un certo punto sembrava che Inzaghi avesse pareggiato e Couto con un pugno sul tavolo ribaltò bottiglie e ceste di frutta».

Nestor, tre aneddoti per ogni città in cui ha vissuto. Partiamo da Udine.

«La notte di San Silvestro a casa di Balbo arrivarono i carabinieri mandati dai vicini perché suonavamo e cantavamo. Alla fine li invitammo a entrare ci facemmo gli auguri».

Parma?

«Asprilla aveva una mega villa dietro la quale passava il treno. Una sera invitò la squadra per una grigliata. A ogni passaggio di un convoglio il tavolo tremava e lui disse: “Dovrò far deviare la linea”. Sembrava serio».

Infine Roma.

«A Fiumicino prendemmo un taxi per tornare a casa. Il taxista, tifoso della Roma mi riconobbe e mi fece scendere con famiglia e bagagli perchè giocavo nella Lazio».

Il primo flash del ritorno a Udine?

«L’incontro con Spalletti. Qualche anno prima avevo rifiutato di andare alla Samp da lui allenata: me l’ha ricordato e poi ha detto: “Mica avrai intenzione di venire a svernare?”».

Si ritira dal calcio a quasi 40 anni con l’Udinese, i 50 li fa da d.s. del Newell’s.

«Un ruolo che non fa per me. Sono e resto un uomo di campo, a me piace allenare».

Oggi a 60 anni fa il nonno, di Antonia, 2 anni a dicembre.

«Non mi rendo conto di come il tempo sia volato. Vivo il calcio in maniera diversa, mi piace guardare le partite ma non in maniera così ossessiva. Sono un marito, un papà e un nonno felice».

Con la nazionale lei ha perso due finali: quella delle Olimpiadi ad Atlanta ’96 e quella del Mondiale a Italia ’90. Quale vorrebbe rigiocare?

«Sicuramente quella del Mondiale. Perché ti dà una visibilità diversa e perché la perdemmo per un rigore che non c’era».

Ultima domanda cattiva: chi dirà ad Antonia che il nonno ha “fatto perdere” un Mondiale all’Argentina?

«Temo che qualcuno lo farà prima di me».

60 volte auguri Nestor!

«Grazie e un saluto ai tifosi dell’Udinese e a tutti i friulani».

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