Varenne, nessuno come il Capitano: le lacrime del suo storico driver

Si è spento a 31 anni a Eboli il campione di trotto che ha conquistato il mondo, l’unico cavallo a vincere due Grand Slam e battere i record in tutte le piste. Minnucci: «Ci siamo scelti, storia irripetibile»

Paolo Baron
Varenne al traguardo del Gran Prix d’Amerique vinto per due volte consecutive
Varenne al traguardo del Gran Prix d’Amerique vinto per due volte consecutive

Addio al figlio del vento. Addio a Varenne, il Capitano. L’unico atleta a quattro zampe a fare innamorare il mondo. Il primo e il solo a sbriciolare sotto gli zoccoli primati e avversari. Un atleta nel senso etimologico del termine: colui che gareggia, che lotta. Anche se più che lui erano i suoi avversari a dover lottare. Spesso invano.

Varenne ha vinto tutti i tornei più prestigiosi: fra questi, un Derby italiano di trotto (1998), due Gran Prix d’Amerique (2001, 2002), tre Gran Premi Lotteria di Agnano (2001, 2001, 2002) e due Elitloppet (2001, 2002), quest’ultima considerata quasi un’olimpiade del trotto. Due le cifre che dicono tutto. In carriera ha vinto 62 volte su 73 gare disputate, incassando più di 14 miliardi di lire in montepremi (oltre 6 milioni di euro).

L’incontro del destino

Varenne, figlio di Waikiki Beach e Ialmaz, era nato il 19 maggio del 1995. Tre anni più tardi l’incontro con quello che diventerà il suo driver per la vita, Giampaolo Minnucci, 59 anni, romano.

«Ammetto che la notizia mi ha molto scosso», le sue prime parole, ieri, da Forte dei Marmi dove si trova in vacanza. «Vero che Varenne non correva più da 23 anni (usato come stallone ha generato quasi 2.700 figli, molti dei quali diventati anch’essi campioni, ndr). Certo prima o poi doveva capitare. Ma stava bene. Era trattato bene. Andavo spesso a trovarlo a Eboli. Per me era sempre un tuffo nel passato». A ucciderlo è stato un infarto.

Per Minnucci Varenne è stato tutto. Un compagno di viaggio. Un compagno di lavoro. Un compagno di vittorie. «Ho corso con lui sei anni» continua, «lui si è fermato, io gareggio ancora. Ma non è stata più la stessa cosa. Salivo in sulky e vincevamo».

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Fu proprio Minnucci a consigliare a Enzo Giordano della Scuderia Dany di comprarlo: 150 milioni di lire. Era di proprietà di un driver francese, cifra considerata spropositata per un baio esordiente. Che tra l’altro aveva rotto di galoppo durante la gara: era il 4 aprile 1998. «Non c’è un motivo vero per cui glielo consigliai. Lo vidi correre e al di là della rottura capii subito che era unico. Mi consultai con Jori Turia (che ne divenne allenatore) e dissi a Giordano: compralo subito».

Una vita di corsa

Da lì in poi è stato solo uno scapicollo di vittorie. Una, due, tre, sessantadue. Fino ad entrare nella leggenda. Tutti conoscono Varenne. Tutti l’hanno visto correre o in tv. Tutti amano Varenne. Lo testimonia il fatto che a 23 anni dopo la sua ultima vittoria siamo qui a celebrarlo. Fosse un tennista sarebbe Rod Laver. Fosse un calciatore potrebbe essere Pelè. Un pilota, Fangio. Un corridore, Mennea. «Varenne è diventato storia dello sport e non solo», prosegue Minnucci. «Ma la storia prima bisogna farla. E lui l’ha fatta. In quegli anni l’Italia si fermava per Varenne».

Una leggenda. Come Alberto Tomba quando la Rai decise nel 1988 di interrompere il Festival di Sanremo per trasmettere la sua seconda manche nello Speciale delle Olimpiadi di Calgary (vinse l’oro). O come Luna Rossa che nel 2000 tenne svegli di notte gli italiani per la sfida (poi persa) contro America One di Paul Cayard.

«Come coppia funzionavamo», sospira Minnucci. «Non c’erano riti prima delle gare. Non facevo nulla. Se non vincere. Se mi chiedete un aneddoto mi mettete in difficoltà. Ho troppi ricordi. Nei primo anni Duemila Varenne era su tutti i giornali, su tutti i rotocalchi. Sempre in televisione (qualche anno fa gli è stato dedicato un documentario). Era un personaggio. Come fosse una persona. Io dico sempre che Varenne non era solo un cavallo. Era un fuoriclasse. Ha fatto cose che nessun atleta né prima né dopo mai farà».

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