I figli illegittimi di Varenne, ovvero il genio non si eredita

La morale è chiara: non basta essere figli di Dante e Petrarca per saper comporre divine commedie o poesie eterne
Fulvio Ervas
È morto Varenne, leggenda del trotto
È morto Varenne, leggenda del trotto

Il cavallo “trattore” più forte di tutti i tempi è morto all’età di 31 anni.

Nel mondo dell'ippica Varenne era ritenuto il più forte di sempre e grazie alle sue vittorie era conosciuto come «Il Capitano»: dopo l'addio alle corse aveva generato più di 2.000 figli. Nato in provincia di Ferrara, stava trascorrendo il suo «buen retiro» a Eboli (Salerno). 

Stando a quanto comunicato, la morte sarebbe avvenuta per un infarto fulminante nella notte tra il 17 e il 18 agosto.

Il campione e i suoi (non) eredi

Il grande campione a quattro zampe ha vinto più di ogni altro equino da corsa.

È un ferrarese nato il 19 maggio del 1995 e ha quindi compiuto 29 anni, che è un’età considerevole visto che superare i 30 anni è impresa rara per questi mammiferi. È evidente che Varenne non ha vissuto nelle baraccopoli latinoamericane e s’è meritato una vita agiata e accudita. Più di tanti altri animali da allevamento, essendo ben più redditivo.

Ma, bisogna dirlo, il sesso un suo ruolo positivo l’ha avuto, dal momento che l’attività di fecondatore non è stata inferiore a quella del trottatore. Il prelievo del seme veniva fatto tre volte alla settimana, lunedì, mercoledì, venerdì, per 15 anni. Il martedì, giovedì e i fine settimana forse leggeva le cronache di “Galloppo e trotto”.

Pare che siano oltre 2000 i figli legittimi di Varenne e chissà quanti illegali ed è di questa, fraudolenta, abbondanza che s’è dovuta occupare la giustizia, perché, italianamente, qualche gaglioffo s’è messo a smerciare il liquido seminale del povero Varenne non proprio rispettando la legalità.

Le statistiche raccontano, però, che tra i 2000 figli di Varenne solo una esigua minoranza si è rivelata gloriosa quanto il genitore. Questo non significa che tutti gli altri cavalli non siano quei meravigliosi animali che sono.

Significa che non si diventa super campioni tanto facilmente e che ciò che può fare un genitore è passare al proprio figlio i suoi geni che si affiancheranno a quelli dell’altro, condizione non sempre sufficiente per le ambizioni umane. 

Sufficiente invece per quel mercato di aspiranti imitatori che avrà fatto carte false, e pagato cifre importanti, per qualche spermatozoo del campione.

La vita professionale di Varenne ci rivela però la forza del mescolare le competenze del mondo (a proposito di identità locali): padre americano, madre italiana, driver romano, nascita emiliana, team di allenamento diretto da un finlandese. Quanta diversità concorre all’eccezionalità!

Noi umani dovremmo imparare da questo: non basta essere figli di Dante e Petrarca per saper comporre divine commedie o poesie eterne. La genetica è importante ma sulla genialità ha un’efficacia modesta. Conta il contesto, il brio dei luoghi e dell’epoca, le correnti relazionali che accendono le menti e forgiano talenti. Scintille di luce quasi mai trasmissibili, ma fortunatamente ripetibili in altri momenti e altri luoghi.

L’eccezionalità non ha fissa dimora.

Se avessimo l’ardimento di applicare l’epopea di Varenne a quella delle nostre generazioni politiche ci accorgeremmo che i grandi statisti del nostro paese sono stati in larga parte sterili nel produrre generazioni capaci di cavalcare come essi hanno cavalcato. Lo si capisce dallo stile di questa campagna elettorale per le europee.

Quindi anche i grandi politici, come per Varenne, non trasmettono automaticamente la qualità ai loro discendenti. Molto dipende dall’epoca storica, dal team che li forma, dalla permanenza di forti indicatori civili. E quando questi si diluiscono o, addirittura, si capovolgono, hai voglia nell’attenderti un campione in pista. Benché credano, in molti, d’essere figli di Varenne sono più prossimi a quelli che ne vendono, di straforo, il seme

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