Chiara Cainero: «Dall’Olimpo a mamma sono una donna felice»

La campionessa friulana si racconta: 18 anni fa l’oro a Pechino, 10 anni fa l’argento a Rio: «Ho vinto tanto e solo adesso comincio a realizzato quello che ho fatto. Sono stati preziosi i consigli di papà, la determinazione è il mio grande pregio»

Massimo Meroi
Chiara Cainero
Chiara Cainero

 

Ferragosto e dintorni sono date speciali per Chiara Cainero. Il 16 agosto del 2016 vinse la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, il 14 agosto del 2008 conquistò l’oro a Pechino.

Chiara, ricorrenze importanti in questi giorni. Il primo flash di dieci anni fa in Brasile?

«La sera prima della gara ho detto alla mia compagna Diana Bacosi: sarebbe bello arrivare tutte e due in finale. È finita che ci siamo giocate l’oro».

Che lei conquistò a Pechino nel 2008. Che differenze, se ci sono, tra le due medaglie?

«Tra le due Olimpiadi ero diventata mamma, avevo vinto tanto, ero un’atleta più matura e riconfermarsi ad alto livello non è mai facile. A livello olimpico il podio è sempre una gratificazione anche se non posso negare che tra l’oro e l’argento c’è differenza».

Perdere da una connazionale in finale è più o meno doloroso?

«Non ho rimpianti, la finale con Diana del 2016 me la sono goduta. Tra noi c’è stata condivisione quindi sì, posso dire che è stato meno doloroso».

Come nasce la sua passione per il tiro a volo?

«Mio padre Eddi era cacciatore e anche tiratore. Quando gareggiava a volte all’estero si portava dietro la famiglia. Un giorno ho pensato; ci voglio provare e a 14 anni ho preso in mano un’arma».

Ha praticato altri sport da bambina?

«Pattinaggio a rotelle e pallavolo. Poi ho dovuto scegliere perché le gare e le partite si giocavano sempre nel weekend».

Tra sport di squadra e sport individuale c’è una grande differenza...

«Il tiro a volo ti mette a confronto con te stessa, dietro c’è un lavoro di squadra: l’allenatore, il preparatore, lo psicologo, ma poi sul campo di gara sei lì da sola che devi risolvere i problemi».

Da ragazza di chi aveva il poster in camera?

«Di nessuno. Mi piaceva Robbie Williams e ricordo una vacanza a Londra nel 1992 quando per comprare il cd del Take That feci la fila alla Virgine a Londra».

Il primo giorno al poligono?

«A Campoformido. Il primo pensiero? Che non era uno sport semplice».

Del tiro a volo ci si ricorda solo ogni quattro anni...

«Purtroppo è così. Eppure tutti i componenti della nazionale fanno un grande lavoro e non a caso andiamo sempre a medaglia nelle competizioni».

Le dà fastidio quando le dicono che è una disciplina di nicchia?

«Sì. In questi giorni sentendo le dichiarazioni dei nostri nuotatori agli Europei mi accorgo che le frasi sono le stesse di chi fa il mio sport: “sapevo di poter far bene e ci sono riuscita”. È il succo di chi fa sport».

Lei ha due figli, Edoardo di 12 e Agata di 9. Che sport fanno?

«La piccola pattinaggio a rotelle, Edoardo giocava a basket nelle giovanili dell’Apu, ora vuole fare tennis».

Colpa di Sinner?

«Non lo so, però credo che quando tuo figlio ti dice così è giusto che un genitore gli dia la possibilità di scegliere. E comunque ancor di più in una società come quella di oggi fare sport è importante».

L’allenatore al quale deve tutto o di più?

«Quella persona è mio padre. Oggi che mi confronto con gli altri genitori rivaluto ancor di più il suo comportamento nei miei confronti. Molti genitori pensano di avere un campione in casa, lui mi ha sempre detto di non avere fretta e di puntare ai miei obiettivi con pazienza, lavoro e umiltà».

In carriera lei ha collezionato tra Olimpiadi, Mondiali e Europei 21 medaglie. Dove tiene tutto quell’arsenale?

«Alcune vicino a me, altre meno. Durante l’attività non ho mai tenuto il conto. In 31 anni di attività ho fatto tanto, ma come mi diceva papà, solo alla fine ti renderai conto di quello che hai fatto. Aveva ragione».

Il pregio di Chiara Cainero?

«Sono determinata. Quando mi metto in testa una cosa non mi fermo fino a quando non raggiungo l’obiettivo».

E il difetto?

«Sono un po’ troppo testarda, devo sbattere la testa contro il muro più di una volta prima di desistere. In questo credo di essere molto friulana e quindi pregio e difetto mi hanno aiutato nella mia professione».

Oggi Chiara Cainero cosa fa?

«La mamma. Alleno un po’ ma in maniera diciamo così occasionale. Mi erano arrivate delle proposte da nazionali estere, ma avrei finito per girare il mondo più di prima e non me la sentivo di lasciare la famiglia».

Suo marito Filippo lavora in banca, non è uno sportivo, eppure ha saputo assecondare la sua passione.

«E per questo è stato ancora più bravo. È la prima persona che devo ringraziare per quello che sono riuscita a ottenere. Mi ha sopportata e supportata».

Di suo zio Enzo cosa ci dice?

«È stata una persona altrettanto importante, specialmente nelle partecipazioni alle Olimpiadi è stato prezioso nella gestione di tante situazioni. Ho potuto pensare solo alle gare. E poi...».

E poi?

«Un ringraziamento lo devo fare ai corpi militari. Prima alla Forestale che non esiste più e poi ai Carabinieri. Oggi mi sono congedata, ma non li ho dimenticati».

Ha un sassolino da togliersi dalla scarpa?

«Già fatto. Alle Superiori avevo la prof di francese che mi diceva sempre: “Nella vita non concluderai mai niente”. Quando vinsi l’oro a Pechino andai al Percoto per salutare la preside che invece mi aveva sempre sostenuto. Incrociai la prof e le dissi: “Oltre a vincere questa mi sono anche laureata”».

Un segno del destino...

«Come quella di Lonato. La mia prima gara la feci lì e arrivai sesta, l’ultima sempre a Lonato nel 2023 e feci di nuovo sesta».

Si faccia una domanda e si dia una risposta.

«Non mi avete chiesto se sono felice. Ebbene sì, lo sono. Il post carriera inizialmente mi faceva un po’ paura, ora non più».

 

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