Le scarpette padovane che fecero volare Berruti a Roma 1960

Roma 1960: prima della finale, il campione scelse di cambiare marca. Era arrivato a Padova da studente sul finire degli anni Cinquanta: studiava chimica al Bo. E in pista sfoggiò un paio di Valsport

Andrea Schiavon
Livio Berruti
Livio Berruti

Padova, Torino e un amore profondo per l’atletica: partendo da qui mi sono ritrovato a ridere e scherzare con l’ottantenne più giovane che io abbia mai incontrato, Livio Berruti.

In principio fu quella rotta, che in anni diversi abbiamo percorso in senso inverso, lui arrivando a Padova da studente sul finire degli anni Cinquanta, io trasferendomi a Torino da giornalista, quando il ricordo dei Giochi del 2006 era ancora attuale.

Da allora amicizie comuni e la curiosità di seguire quello che succede tra piste e pedane ci hanno portato a ritrovarci a parlare di sport e studio, auto e velocità. O, più semplicemente, di vita.

Ed è da quelle chiacchierate che ho scoperto, un pezzo dopo l’altro, quanta Padova ci fosse nel suo oro olimpico.

Gli anni che lo portano ai Giochi di Roma 1960 li trascorre da studente della facoltà di Chimica del Bo e da velocista delle Fiamme Oro. Anche a distanza di oltre sessant’anni chi entra dentro la caserma Ilardi, in via d’Acquapendente – quella che ospita il secondo reparto mobile, altresì noto come la Celere – può vedere la pista in terra battuta dove si allenava il giovane Livio. Un periodo esaltante che lui stesso ricordava con piacere: «I tre anni passati a Padova sono stati gli anni più belli della mia vita, sia come studente sia come atleta».

È un passaggio decisivo per la formazione di Livio, che ha scoperto di correre veloce quando era un allievo del Cavour, il liceo classico che a Torino si contende il titolo di miglior scuola della città con il D’Azeglio.

Una rivalità che un personaggio come Berruti ha contribuito a riequilibrare: in una 4x100 di studenti illustri di tutte le epoche il D’Azeglio può schierare frazionisti come Primo Levi, Norberto Bobbio, Piero Angela e Fernanda Pivano, d’altro lato il Cavour – oltre a Berruti – ha formato una premio Nobel come Rita Levi-Montalcini, un presidente della Repubblica come Luigi Einaudi e, giusto per aggiungere un ulteriore tocco di sport, anche un Ct bi-campione del mondo (merce rara di questi tempi) come Vittorio Pozzo.

Tra Torino e Padova c’è la maturità a Formia, dove Livio viene trasferito dalla federazione per farlo allenare nel centro di preparazione olimpica, creato nel 1955 e destinato a diventare la casa dei campioni dell’atletica. Ed è a quel periodo che risale uno scambio epistolare tra il padre di Livio, Michele, e i dirigenti federali. Da genitore attento e presente, papà Berruti si preoccupa che i tecnici federali non esagerino con gli allenamenti e, soprattutto, li diffida dal dirottarlo dai 100 ai 200 metri. Livio è poco più che un adolescente, il suo fisico è ancora in formazione e papà Michele è convinto che correre i 200 sia una fatica eccessiva per lui.

Com’è andata a finire, è noto.

E nei 200 più celebri corsi da Livio torna di nuovo Padova.

È una questione di scarpe: ai Giochi Olimpici di Roma già in semifinale Berruti eguaglia il record mondiale dei 200, correndo in 20”5. Lo fa con un paio di Adidas ai piedi. Poi nelle poche ore che separano la semifinale dalla finale, in quel lasso di tempo in cui si rilassa leggendo un libro di chimica e bevendo un’aranciata, decide di cambiare scarpe. «Fu una scelta esclusivamente estetica – racconta Berruti a Paolo Baron, in un’intervista apparsa sul Mattino di Padova nel 2000, a poche settimane dall’inizio dei Giochi di Sydney – Mi piaceva che le scarpe della finale fossero bianche e quelle tre strisce stonavano con i calzini bianchi. Così tirai fuori dalla mia borsa le Valsport».

Quel marchio – tornato ora di moda come scarpa da passeggio, o per chi preferisce come scarpa lifestyle – era made in Padova. Lo so bene perché mio nonno Gioacchino, per tutti Bruno, sopravvissuto alla campagna di Russia nella Seconda Guerra Mondiale, poi ha lavorato per tutta la vita per l’azienda fondata nel 1920 da Antonio Valle.

Una storia che ho raccontato a Livio e, anche se non ho elementi per provarlo (e neppure per escluderlo), mi piace pensare che il nonno Bruno abbia contribuito a realizzare le scarpe dell’oro olimpico. Da Roma 1960 in poi le Valsport hanno fatto la storia dello sport italiano, calciando palloni con i piedi di Gigi Riva, Fabio Capello, José Altafini e di tanti campioni azzurri e non.

Un’epopea aziendale che si intreccia con quella della città, con la produzione della Valsport che – attraverso una collaborazione con l’amministrazione penitenziaria – dava da lavorare alle persone che scontavano la loro pena dentro al Castello dei Carraresi. E il nonno Bruno insegnava loro come fare le scarpe per correre e immaginare un’altra vita.

Forse anche per questo vedevo Livio come una sorta di nonno. Un nonno che, anche quando le gambe faticavano a sorreggerlo, correva veloce con i pensieri. E che dentro di sé si sentiva sempre il ragazzo di vent’anni alla scoperta di Padova e della vita.

 

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