De Leo racconta i 10 anni con Sinisa Mihajlovic: «Era unico, gli devo tutto»

L’attuale ct di Malta era stato scelto da Mihajlovic come collaboratore  e ha lavorato con lui in Serbia, con la Sampdoria, il Milan e il Bologna:«Era una persona integerrima, pretendeva molto ma ti dava cuore e anima»

La redazione
De Leo e Mihajlović
De Leo e Mihajlović

Dieci anni con Sinisa Mihajlovic, dieci anni senza retorica. Emilio De Leo è un allenatore quarantottenne che, partendo da una squadra di allievi provinciali del liceo della sua città, Cava dei Tirreni, è diventato ct di Malta, battendo tutte le strade possibili e immaginabili: i settori giovanili in lungo e in largo, la terza categoria, la Seconda, la Prima, la Juniores regionale. Dieci anni in Campania e poi un contatto con il suo concittadino Fausto Salsano, allora nello staff di Mancini all’Inter, dove, guardacaso, c’era Mihajlovic.

A quelli come De Leo, però, che vanno lontano solo perché cominciano presto la mattina e riescono ad allungare il giorno magari non dormendo, una telefonata non è bastata.

Ha dovuto mettere nelle mani dell’amico Salsano, che poi l’ha passato a Sinisa, un report con dei lavori sugli allenamenti, qualche analisi di avversari da affrontare, appunti ordinatissimi su cose che si potevano fare in campo.

Da 2008 nasce un rapporto a distanza, proficuo, intenso, molto apprezzato (ma assolutamente gratuito) con Mihajlovic che, quando gli offrono il posto di ct della Serbia, lo chiama e gli chiede se vuole andare con lui. Ruolo: collaboratore tecnico.

Perché a quel tempo – siamo nel 2012 – De Leo ha solo l’abilitazione Uefa B e non può fare il secondo. Dalla consulenza a distanza e fino a quando Mihajlovic muore, il 16 dicembre del 2022, Emilio è il suo fidato collaboratore. Forse qualcosa di più, perché è lui a preparare l’allenamento, lui a studiare gli avversari, lui a proporre la strategia. Poi, a decidere, il piano gara ci pensa Sinisa che, però capisce subito quanto sia sveglio, preparato, serio e responsabile quel ragazzo arrivato dal sud.

Emilio, cosa le ha lasciato Sinisa?

«Tanto, tutto. Prima di ogni altra cosa mi ha spiegato che ciò che ci serve, nella vita e nella partita, ce lo abbiamo dentro di noi. Noi, qui a Malta, abbiamo coniato una parola: Internability. Significa che l’energia che possediamo è sufficiente e moltiplicabile per ogni sforzo e che ogni evento può essere dominato. Con lui ci successe di vincere anche contro avversari più forti di noi, Era la forza interiore».

Poi c’è l’esempio di come lui ha affrontato la leucemia.

«È un altro caposaldo del suo carattere. Ha guardato il male in faccia, non si è tirato indietro, è stato fiero e orgoglioso del suo atteggiamento di combattente. Per quel che ha fatto a me piace pensare che non sia stato sconfitto, che quella battaglia non l’abbia persa, ma che l’abbia vinta comunque».

Altro?

«Molto altro. Il modo in cui affrontava le relazioni, sempre sorretto da valori etici, da motivazioni alte. Sinisa era un uomo integerrimo che apprezzava l’educazione, il rispetto, la disponibilità. Non sgarrava mai e, dunque, pretendeva il massimo dagli altri. Ma ti dava l’anima e il cuore».

Mi racconta un episodio?

«Nel periodo in cui si ammalò, a mio padre fu diagnosticato un linfoma. Io ovviamente ero colpito e afflitto, ne parlai con lui. Mi disse: conta su di me. Qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno, cliniche, dottori, me la vedo io. Ecco, lui c’era sempre. Tra noi è corsa subito la fiducia e lui la fiducia non la tradiva mai».

Come erano i suoi rapporti con i dirigenti e proprietà?

«Se riteneva di dover spostare l’asticella, anche a dispetto di Berlusconi, quando era al Milan, o di Cairo, quando era al Torino, lo faceva. Non guardava in faccia nessuno. Non per testardaggine o arroganza, ma perché credeva in quello che faceva. E così ha conquistato calciatori e staff tecnici».

Guardava soprattutto ai giovani.

«Tantissimo. Tutti si ricordano di Donnarumma lanciato nel Milan, ma lui, a Bologna, fece esordire Antonio Raimondo a 17 anni in Hellas Verona-Bologna e, dal primo minuto, lo utilizzò in Genoa-Bologna. Adesso Raimondo è il capocannoniere della serie A».

Una vita calcistica e umana insieme. Ce la riassume?

«Con la Serbia un anno e mezzo, un anno e mezzo alla Samp, una stagione al Milan, cinque – anche se spezzettate – al Bologna».

Ci fu anche un’altra mezza parentesi all’estero.

«Sì, allo Sporting Lisbona. Ci chiamarono a giugno e firmammo i contratti. Poi cambiarono presidente e saltò tutto».

Ricorda quella strana, ultima stagione al Bologna, cominciata senza Mihajlovic.

«Ci dicevano che aveva la febbre e partimmo per il ritiro senza di lui, ma nessuno sapeva o nessuno voleva raccontare nulla. Finché un giornale sportivo uscì con la notizia della malattia. Per la verità, la notte prima, il direttore sportivo, Riccardo Bigon, ci avvisò. Ma ormai il fatto era di dominio pubblico. La prima settimana ci dovemmo organizzare perché ci mancavano notizie precise, poi venne allestita una call con la squadra e una con noi dello staff».

A quel punto era lei a guidare gli allenamenti?

«Sì, anche se l’allenatore in seconda era Tanjga. In panchina si faceva un po’ per uno, ma la responsabilità della gestione tecnica era mia. Sinisa si presentò a Verona alla prima giornata, era dimagrito molto, si vedeva che soffriva. Lo fece per mantenere una promessa fatta quando eravamo in ritiro, Aveva detto che al debutto non ci avrebbe lasciati soli. Ci stupì e ci conquistò».

A Bologna la storia finì in modo triste.

«Fummo esonerati nel mese di settembre, dopo cinque giornate di campionato, fatte neanche tanto male. Non posso dirlo con certezza, ma, secondo me, c’entrava anche la malattia di Sinisa. Passai ottobre e novembre quasi al buio, ogni tanto ci arrivava qualche notizia, ma c’era molta discrezione e molto riservatezza. Sapevamo che la situazione stava peggiorando progressivamente e, a dicembre, andammo a trovarlo in ospedale a Roma. Furono pochi minuti perché aveva già perso conoscenza. Un abbraccio a tutta la sua famiglia, un bacio a lui. Il giorno dopo morì».

Così lei, in un certo senso, si trovò a dover camminare da solo.

«La gavetta mi aveva abituato, il capo allenatore l’avevo già fatto nelle serie minori, ora potevo contare anche sull’immensa esperienza fatta con Mihajlovic. Decisi di fermarmi per un po’. Avevo ottenuto la licenza Uefa Pro, era nata la mia prima e unica figlia, qualche chiamata c’era stata, però non mi aveva convinto. Una, in qualche modo, mi sorprese e fu quella del presidente della Federazione maltese, Biorn Vassallo. In un primo tempo, declinai. A fine 2024, invece, decisi di riprendere i contatti e qualche mese dopo ho cominciato».

Vive a Malta?

«Mi sono trasferito stabilmente qui perché non sono solo il ct della Nazionale maggiore, ma anche il direttore tecnico della Federazione. Il che significa sovrintendere l’attività di tutte le rappresentantive».

Come si esprime con i calciatori maltesi e con i suoi collaboratori?

«Piero Matafora e Mirko Valdifiori sono italiani. Gli altri, compresi i giocatori, parlano tutti italiano. Diverso è con i più giovani. Ma con un po’di inglese e, in qualche caso, con il francese, ci si capisce. Il calcio, poi, è universale».

 

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