Chi sono i maranza e perché fanno paura. Il sociologo: «Sono più conformisti di quanto si creda»
Il sociologo Stefano Allievi analizza il fenomeno delle bande giovanili: «Vogliono farsi vedere e possedere ciò che non possono permettersi». Ma la repressione da sola non basta: «Servono prevenzione e responsabilità collettiva»

Fanno più rumore di quella maggioranza silenziosa che, nello studio, nelle arti o nell’impegno sociale, cerca il suo posto nel mondo. «È quello che vogliono, essere visti». Ma i giovani “maranza” che a Treviso e Conegliano hanno preso di mira gli esercizi commerciali sono, in realtà, più conformisti di quanto si creda.
«Non vogliono rovesciare la società dei consumi, vogliono entrarci». La risposta, ne è convinto Stefano Allievi, professore ordinario di sociologia all’Università di Padova, è una: «Responsabilizzarci tutti».
Professore, guardando a quello che è successo a Treviso e Conegliano il mondo adulto si domanda: chi sono i “maranza”? E che rapporto hanno con chi, proprio in queste ore, ha sfilato nei cortei?
«La mia domanda, invece, è un’altra: perché ci facciamo questa domanda solo adesso? Ora che fanno notizia. Rispetto ai corte, sono due fenomeni completamente diversi. Da una parte abbiamo giovani che tornano in piazza con motivi politici, con consapevolezza su temi molto sentiti che non riguardano solo la scuola, ma anche il futuro e una società dove l’istruzione non è più un ascensore sociale. I giovani sanno che il loro futuro sarà peggiore. I primi, invece, non hanno una piattaforma politica, non hanno operato una riflessione sulla società. Hanno il gusto di radunarsi, di farsi vedere e di raccontarlo sui social. Non sono per nulla politicizzati, mentre è presente la logica del consumo».
È per questo motivo che vengono colpiti in particolar modo gli esercizi commerciali? Sembra un gioco per dimostrare il loro valore.
«Cercano le cose che già consumano. Viviamo in una società molto più plurale rispetto al passato e anche una categoria come quella dei “maranza”, termine presente già in una delle prime canzoni di Jovanotti, vuol dire poco. Ci sono gruppi diversi che fanno cose diverse. I politicizzati, i menefreghisti, chi si interessa di cultura, arte e musica, chi studia e chi non studia, chi vuole viaggiare. E poi ci sono loro, che rubano le cose che vorrebbero avere. È un elemento dimostrativo: “facciamo vedere che facciamo delle cose”. Nella società dei consumi ci vogliono entrare: sono conformisti, anche se non rispetto ai mezzi scelti. Quello che mi ha colpito di più è che la cosa era stata rilanciata prima sui social: vuol dire che c’è una quota di giovani che sapeva e non ha detto niente. Questo è un lavoro di mediazione da fare e non riguarda solo chi ha compiuto l’atto».
Stiamo parlando di fatti legati al territorio di Conegliano. C’è una specificità della provincia?
«La cultura e gli obiettivi vengono prodotti in città, ma vengono consumati anche in provincia. Quello che la provincia non ha è la possibilità di avere dei luoghi di produzione culturale giovanile. L’aggregazione si fa nei centri commerciali. Non sono i posti migliori del mondo, ma non ce ne sono altri».
In risposta a questi fatti è arrivato l’impegno a schierare più agenti. C’è chi, a Treviso, ha chiesto di punire le famiglie togliendo eventuali sussidi. Cosa ne pensa?
«Di fronte a violazioni delle norme di valenza penale, per prima interviene la repressione. Ma poi ci deve essere la comprensione di quanto sta succedendo. E quindi la prevenzione, che passa per la società. Vendicarsi togliendo i sussidi è barbaro: sono un diritto e un bisogno. Prendendosela con chi ha bisogno, si rischia di peggiorare la situazione. Insieme alla repressione rispetto all’atto singolo compiuto, comprensione e prevenzione devono coinvolgere tutta la società. Scuola, istituzioni, spazi. Se viene abbassata la soglia della punibilità, lo stesso principio deve valere anche per tutto il resto. Forse abbiamo invece bisogno di responsabilizzarci tutti: la risposta non è più galera, non è trattarli come adulti perché non lo sono ancora. Se la logica del populismo penale funzionasse, avrebbe funzionato sin dal primo decreto sicurezza. Il carcere ha il 70% di recidiva: se una scuola avesse il 70% di bocciati, ce la prenderemmo con gli studenti o con la scuola? E se fosse un’azienda?».
Quanto, in tutto ciò, è amplificato dal digitale? Dieci giorni fa nelle chat giravano false minacce di stupro.
«Viviamo in una società dove siamo incentivati a farci vedere, ma questo esisteva anche prima del digitale. Basti pensare al ruolo delle televisioni. I social hanno amplificato questi aspetti, aprendo le voragini del fake, di una realtà che, se non esiste, puoi inventare. E inventiamo profili che sono molto migliori di noi: questo, però, accadeva anche prima dei social».
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