Influenza più virulenta? Colpa delle mutazioni, ma vaccinarsi non è inutile
I Paesi dell’emisfero nord hanno un tasso di infezioni che è il più alto degli ultimi 25 anni: la colpa è nella sequenza del virus in circolazione

Perché sembra che chiunque intorno a noi si sia preso l’influenza quest’anno? Le statistiche dicono che i Paesi dell’emisfero nord hanno un tasso di infezioni che è il più alto degli ultimi 25 anni: secondo il CDC americano, 15 milioni di malati, 180 mila ospedalizzazioni e 7.400 morti al 3 gennaio solo negli Stati Uniti. La situazione non è diversa nel Regno Unito e in altri paesi europei, Italia compresa. Per di più, la stagione influenzale è cominciata in anticipo rispetto agli scorsi anni. Dato ancora più sorprendente, l’influenza colpisce anche i vaccinati.
La colpa di questa situazione sta nella sequenza del virus che circola quest’anno. Il virus dell’influenza è molto particolare, ha un meccanismo spontaneo di variazione genetica che causa la continua mutazione delle sue proteine. Dal momento che il virus cambia di continuo, ogni anno il vaccino è diverso, in modo da adattarsi allo specifico ceppo virale in circolazione.
Intorno a febbraio di ogni anno il virus in circolazione viene isolato e utilizzato per produrre il vaccino per l’inverno successivo, un processo che richiede mesi. Ma intorno alla primavera dello scorso anno, dopo che la produzione del vaccino era partita, è comparsa una variante del virus (chiamata subclade K del ceppo H3N2) con una serie di ben 11 mutazioni rispetto al ceppo scelto per il vaccino (basato sulla subclade J.2 del ceppo H3N2). Questo virus leggermente mutato ha mostrato subito una capacità di diffusione molto elevata e a causa delle mutazioni il vaccino conferisce una protezione soltanto parziale.
Un ceppo più virulento emerso con un tempismo sfortunato quindi. Significa che vaccinarsi è inutile quest’anno? Assolutamente no! Secondo i dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control, il vaccino attualmente somministrato in Europa ha comunque un’efficacia di protezione tra il 52% e il 57%, stimolando la formazione di anticorpi che, anche se non prevengono del tutto l’infezione, almeno impediscono che diventi grave.
La soluzione a lungo termine? Quella del vaccino universale, che comprenda tutte le reali e possibili variazioni che possano insorgere nelle proteine del virus, costruito in laboratorio invece che utilizzando il virus circolante ogni anno. Un obiettivo raggiungibile (la prima sperimentazione con uno di questi vaccini universali è in corso) ma ci vorrà ancora un po’ di tempo.
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