Una “nuova” Lega liberal e federalista: per la prima volta Zaia non dice no

Il Doge guarda con interesse al progetto di Attilio Fontana, diverso dal Carroccio salviniano. Anche Fugatti è dell’idea, Fedriga appare più defilato

Filippo Tosatto
Luca Zaia
Luca Zaia

C’è sempre una prima volta. Nell’occasione, è quella che induce Luca Zaia e i suoi soci leghisti a non escludere la convergenza su un nuovo movimento autonomista, liberale, europeista, assai diverso, diciamo così, dal Carroccio populista a trazione salviniana.

Una suggestione a lungo coltivata da media, politologi e frange dell’elettorato nordista, entrata senza preavviso nell’agenda politica dopo lo scivolone social di Attilio Fontana. Nel trasmettere la bozza di statuto del nuovo soggetto ai presidenti amici (il citato Zaia, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti, tra gli altri), il governatore della Lombardia ha utilizzato una vecchia chat aperta, anziché un canale riservato, tramutando il messaggio confidenziale in un segreto di Pulcinella, giunto rapidamente all’orecchio di Matteo Salvini.

I principi

Ad ispirare i contenuti del documento, in larga parte anticipati dal Foglio, è il credo federalista, concepito – nel solco del socialista Gaetano Salvemini, storico e antifascista del Novecento – come antidoto alla disgregazione sociale, veicolo di partecipazione democratica, asset di riavvicinamento tra i cittadini e lo Stato.

Le architravi? Efficienza, vocazione popolare, tutela dei diritti civili, libera concorrenza, in un Paese rimodellato in tre macroregioni dotate di autonomia fiscale e legislativa. Stilato da un giurista milanese, il testo statutario delinea i futuri organismi dirigenti (assemblea nazionale, segretario, presidente) fino ad ipotizzare un acronimo – Plfi, Partito liberale federalista italiano – accolto con scarso favore dai destinatari della proposta. Tant’è. Se il progetto decolla in Lombardia – cortile di casa del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti e del capogruppo dei senatori Massimiliano Romeo, partecipi entrambi alla fronda – il radar punta sul Veneto, nella speranza che sia Zaia ad assumere il comando.

In proposito, c’è addirittura chi ipotizza una gaffe premeditata da parte di Fontana, intenzionato a “stanare” il felpatissimo partner. Che, manco a dirlo, mantiene un silenzio tombale sulla vicenda, al pari di Fedriga e Fugatti. Il trentino, in verità, non nasconde il sogno di una rifondazione leghista, magari in altra forma, mentre il leader del Fvg accoglie con scetticismo la promessa di terzo mandato in Regione (è un refrain) abbinata all’offerta – già declinata – dell’incarico di vice in via Bellerio.

Il Nord

Nei fatti, a spingere la corrente settentrionale verso lo strappo concorrono più circostanze. La deriva reazionaria, anzitutto, accentuata dallo spauracchio Vannacci che spinge Salvini a inseguire l’estrema destra, incurante dei valori antifascisti delle origini; il fallimento del tentativo riformatore nel partito, bloccato sul nascere dal traballante Capitano; i sondaggi sfavorevoli che, una settimana dopo l’altra, certificano una caduta del consenso figlia legittima della credibilità smarrita; l’urgenza di restituire voce e rappresentanza al popolo dell’impresa, alle partite Iva e alle professioni attraverso una lettura programmatica all’altezza della congiuntura. In proposito, un avallo autorevole è giunto da Marina Berlusconi, ospite milanese di Zaia nel fatidico pranzo del 22 aprile: nell’occasione, la presidente di Fininvest avrebbe condiviso l’urgenza di un rinnovamento del centrodestra nel segno del riformismo e della libera competizione, auspicando (in continuità con il Cavaliere) l’assunzione di un ruolo nazionale da parte del Doge.

Che, ironia del destino, proprio in Veneto, a dispetto della vasta popolarità, sconta un isolamento crescente, sia nel partito, saldamente in mano ai colonnelli salviniani, che nell’esecutivo regionale, dove il giovane successore Alberto Stefani, spalleggiato dal mentore Massimo Bitonci, persegue la linea della discontinuità.

La prossima tappa? Cancellato il “ritiro” di Mogliano ad alto rischio di contestazioni e in attesa degli sviluppi lombardo-veneti, lo sguardo corre al raduno di Pontida del 20 settembre: sul pratone bergamasco, i veterani prevedono un fuoco di fila dei presidenti ribelli ma c’è chi scommette che il segretario federale agirà d’anticipo, silenziando le personalità sgradite (il “cerchietto magico” preme in questa direzione) per riservare il palco a se stesso e a un pugno di fedelissimi.

Che altro: i congressi provinciali alle porte, scanditi qua e là dal “pentimento” dei reduci zaiani (il bellunese Gianpaolo Bottacin e Federico Caner di Treviso, in primis), segnalati in marcia d’avvicinamento alla maggioranza stefaniana.

 

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