Donazzan e gli altri: le correnti venete che trascinano FdI

Speranzon, De Carlo, Berlato: gli schieramenti in campo tra lo scavalco della Lega e lo spauracchio di Futuro Nazionale

Renzo MazzaroRenzo Mazzaro
Da sinistra Enoch Soranzo, Elena Donazzan, il ministro Adolfo Urso e Luca De Carlo
Da sinistra Enoch Soranzo, Elena Donazzan, il ministro Adolfo Urso e Luca De Carlo

L’ultimo atto della presidenza del Veneto di Giancarlo Galan fu un agguato a Silvio Berlusconi, intercettato da undici stimati imprenditori nella sala vip dell’aeroporto Marco Polo, per convincerlo a non candidare Luca Zaia.

Berlusconi fece spallucce e Zaia si prese la presidenza del Veneto, tenendosela per 15 anni. Non sappiamo per quanti anni resterà presidente del Veneto Alberto Stefani, ma se è stato candidato non deve ringraziare Giorgia Meloni ma Luca De Carlo.

Da De Carlo a Speranzon

Il responsabile del cedimento alla Lega stavolta non era a Roma ma nel Veneto, l’ha smascherato la sera stessa dello spoglio Elena Donazzan al grido di «Dimissioni subito! ».

De Carlo ci ha messo tre mesi a dimettersi da coordinatore regionale, così tutti hanno pensato che più che dimettersi sia stato dimissionato. Ma è improbabile, perché la dirigenza di Fdi l’ha ringraziato con nobili parole per il lavoro svolto: «È stato un percorso intenso che ha portato Fdi a diventare forza politica riconoscibile, strutturata e presente in tutte le province», ha scritto il capogruppo in Consiglio regionale Claudio Borgia, che pure è legatissimo a Elena Donazzan, della cui corrente fa parte. A meno che non si sia dissociato dalla linea.

Borgia è compare d’anello di Sergio Giovine, deputato vicentino, anche lui corrente Donazzan, nominato vicecoordinatore regionale per controllare, dicono, Raffaele Speranzon, succeduto a De Carlo nel ruolo di coordinatore regionale.

È la prima volta che il coordinatore ha un vice. Ma sono fantasie, è più facile che vada al contrario: Speranzon era il braccio destro della corrente di La Russa e Gasparri nel Veneto, è amico d’infanzia di Giorgia Meloni, sono cose che fanno di lui un politico indiscutibile a prescindere. Non a caso nessuno gli ha chiesto che ruolo ha avuto nella trattativa fallita per la presidenza del Veneto, meno di tutti il suo vice Giovine.

Donazzan

Stiamo adoperando in modo arbitrario la parola corrente, perché è noto che in Fratelli d’Italia, come già in An, le correnti non esistono. Ai tempi di Gianfranco Fini erano tre, ma tutte facevano riferimento a lui che le teneva come i polli di Renzo, finché si beccavano tra di loro non gli davano fastidio. Oggi si beccano in modo diverso.

«In Fratelli d’Italia l’accusa di correntizio si dà a uno che non è d’accordo con Giorgia Meloni, ma sono gli altri che gliela dànno, quelli con cui non va d’accordo lui», spiega Massimo Giorgetti, uno che di correnti s’intende bene. «È un marchio per mettere fuori gioco qualcuno». Insomma più che correnti dovremmo chiamarle inimicizie particolari.

«Io non ho mai sopportato le correnti», dice Lucas Pavanetto, vicepresidente della giunta regionale, «ma bisogna riconoscere che alcune figure sono cresciute grazie a chi ha dato loro spazio».

Il gruppo cresciuto di più è quello di Elena Donazzan, che fa riferimento al ministro Urso. Con 25 anni in Regione di cui 20 da assessore, Elena ormai faceva parte dell’arredamento, dicono a palazzo Balbi. Nell’estate scorsa si era offerta come «candidata ideale» alla presidenza del Veneto citando un sondaggio che nessuno ha ripreso. Abituata a far discutere, lo fa anche nel Parlamento europeo dove siede dal 2024. Con argomenti dai più truci («i bambini uccisi a Gaza sono figli di terroristi») ai più futili (un video per insegnare a impugnare correttamente la forchetta ai colleghi, 114 commenti, neanche uno a favore).

Nella sua corrente – usiamo questa parola senza tante ipocrisie – si riconoscono quattro federazioni provinciali su sette: Padova, che ha appena celebrato il congresso, con riferimento Enoch Soranzo; Treviso con il capogruppo in Regione Claudio Borgia; Vicenza con il vicepresidente del Consiglio Francesco Rucco; Verona con l’assessore ai trasporti Diego Ruzza. Nomi di spicco che citiamo salvo omissioni. Fuori dall’influenza della Donazzan restano le federazioni di Rovigo, Venezia e Belluno. A Rovigo, anche qui il congresso si è appena tenuto, la figura apicale è l’assessore Valeria Mantovan che fa riferimento al ministro Lollobrigida.

Belluno ha avuto un’evoluzione particolare: da provincia un tempo a vocazione socialista, ha dato la percentuale più alta di voti a Fratelli d’Italia, 27, 7% contro il 18, 7% della media regionale, battendo addirittura la Lega. Frutto di un lavoro, non sempre d’intesa, tra Dario Bond e Luca De Carlo, che pure aveva cominciato come assistente di Bond in Consiglio regionale nel gruppo di Forza Italia.

Oggi Bond fa riferimento a Lollobrigida, di cui è stato compagno di banco per quattro anni in Parlamento. De Carlo, rimasto spiaggiato dal contraccolpo elettorale, risulta provvisoriamente desaparecido in Veneto.

Lucas Pavanetto lo difende: «Ha fatto un gran lavoro di crescita del partito, con capacità di moderare le posizioni e anche di gestirle a pugno duro, a volte. Ho un ottimo rapporto sia con lui che con Raffaele Speranzon, anche se nessuno dei due mi ha sostenuto alle regionali. Speranzon aveva il suo candidato in Matteo Baldan». Che non è stato eletto, ma è rientrato dalla finestra proprio grazie alle dimissioni di Pavanetto. Chissà se davvero non lasciano strascichi queste corse uno contro l’altro.

Naturalmente anche Pavanetto ha un riferimento romano, un collegamento di ferro con Giovanni Donzelli. «Ma non è una corrente», precisa, «è un legame che parte dal 1997 quando mi sono iscritto ad An, nato dalle battaglie che abbiamo fatto insieme nel movimento giovanile». È la storia dei quarantenni che facevano militanza con Giorgia Meloni: la Capa ha liquidato tutta la vecchia classe dirigente e li ha portati in prima fila.

Ascendente Msi

Con ascendente Msi sono rimasti in pochi. C’è Ciro Maschio, deputato veronese, guardato dall’alto in basso dai fratelli Giorgetti. L’intramontabile Donazzan, che gode di una vasta letteratura in proposito. In batteria resta la vecchia guardia di Padova, Ascerto, Licata, Verza, i fratelli Zanon, che hanno creato una chat, Destra Padovana. Sono pronti alla bisogna, non si sa quale, intanto si contano.

«Una volta bisognava pedalare e noi pedalavamo, adesso è passato un autobus e la gente ci salta sopra», mastica amaro Ascierto. «Facevi il consigliere, il sindaco? Benissimo, salta su. Così si fa l’Arca di Noè, non una compagine di governo. Noi che venivamo dal Msi avevamo un passato di confronto duro, abbiamo maturato una trasformazione importante con Fini, con Berlusconi, verso una destra moderna, pur restano ancorati ai valori di sempre. Se mi dicevi fascista sapevo cosa vuol dire, c’è stata una crescita per un cambiamento. Oggi se lo chiedi a questi qui, non sanno cosa significa».

Berlato

Fuori dalla mischia si tiene Sergio Berlato: si è ritirato sull’Aventino e osserva i movimenti dall’alto. Dopo 3 legislature in Regione e 5 al Parlamento europeo è tentato dalle politiche. Lavora ad una struttura simile al Cpa con cui entrò in Regione nel 1990, ma di dimensione nazionale.

Si chiama Associazione per la cultura rurale, un contenitore di organizzazioni diverse che ha aperto sedi in tutte le regioni d’Italia e di cui è presidente nazionale. Sostiene che questo mese entrerà anche la Coldiretti.

«Non tutti i nostri associati sono politicamente orientabili ma una parte sì», dice senza fronzoli. «La mia carriera politica l’ho creata su strutture parallele ai partiti, perché i partiti hanno le correnti e le correnti corrono per i loro referenti. Io non ho mai avuto l’appoggio del partito, né con Fdi, né con il Pdl, né con An. Questa organizzazione è stata la mia polizza sulla vita, i 48.000 voti di preferenze delle europee vengono da qui». Pronto per passare con Vannacci? «Se avessi voluto l’avrei già fatto. Ma in politica mai dire mai».

(4 - Fine)

Riproduzione riservata © il Nord Est