Fratelli d’Italia, il picco con l’Autonomia. Ma ora il Veneto teme il declino

La svolta arrivò con Berlato sul referendum consultivo nel 2017, poi il partito è sceso al 18 per cento. L’incontro in Autogrill a Verona con Giorgia Meloni, l’analisi del dato elettorale e le prospettive future

Renzo MazzaroRenzo Mazzaro
I militanti al comizio di Giorgia Meloni a Mestre
I militanti al comizio di Giorgia Meloni a Mestre

C’è un punto di snodo nella crescita di Fratelli d’Italia nel Veneto. Un momento in cui il partito smette di essere percepito come una succursale romana e viene guardato con occhi diversi dagli elettori di centrodestra, soprattutto leghisti. Succede con il referendum consultivo per l’autonomia, lanciato da Luca Zaia nel 2017.

Tutti sanno che finirà con un plebiscito, a cominciare dagli oppositori di Zaia i quali puntano sull’inutilità di una consultazione che scoprirebbe l’acqua calda: l’autonomia, la capacità di iniziativa, il far da sé, sono valori di cui i veneti fanno uso quotidiano. Il problema della politica è come estenderli alla vita sociale, scendere dalle parole ai fatti, tant’è vero che siamo ancora qua. Ma mettersi a discettare sulle contraddizioni di Zaia voleva dire giocarsi la testa. Opporsi, il suicidio politico.

La scelta di Berlato

Questo è il rischio che corre in quel momento Fratelli d’Italia, partito statalista, con il baricentro spostato a sud, diffidente verso le ragioni del nord, con il culto della patria e dell’unità nazionale. Coordinatore veneto di Fdi è Sergio Berlato, uno che non viene dal Msi ma da An, dove è entrato con il voto in massa dei cacciatori che si vanta di manovrare come un esercito personale.

Berlato non ha esitazioni: ingrana la retromarcia e si schiera per il sì al referendum, pretendendo che diventi posizione nazionale di Fratelli d’Italia. «Ero avversato dalla maggior parte dei dirigenti del partito», racconta. «In direzione nazionale solo io e il coordinatore della Lombardia sostenevamo la necessità di schierarci a favore dell’autonomia. Anche Giorgia Meloni era contraria perché temeva, giustamente, che dietro al referendum per l’autonomia si celasse l’operazione secessione. In effetti molti di coloro che professavano l’autonomia del Veneto in realtà erano secessionisti e lo sono ancora adesso».

L’incontro in Autogrill

La virata avviene all’Autogrill di Verona, dove Meloni e Berlato si incontrano per un caffè che dura un’ora. Alla fine Giorgia supera i timori e si lascia convincere: «Tu sei il mio referente in Veneto, ho fiducia in te: così mi ha detto. Io prendo, vado in direzione nazionale, una guerra, quelli del sud vedevano l’autonomia come fumo negli occhi. Lei dice: il partito al nord vuole questa posizione e noi la assumiamo. Tutto il partito, non solo in Veneto ma a livello nazionale, su mandato di Giorgia Meloni, a favore dell’autonomia. Quello è stato il passaggio che ci ha permesso di sdoganare Fdi agli occhi dell’elettorato veneto. Da lì è iniziato il percorso che con l’immagine trainante di Giorgia Meloni ci ha portato al 34% nel 2022 e al 38% nel 2024, lasciando la Lega al 16%. In casa della Lega, non in Calabria!».

La frenata

Peccato che l’anno dopo Fdi sia ripiombata al 18%. L’euforia per la goleada è durata poco. E baciarsi le mani se quota 18% resisterà in futuro: Berlato è convinto che il partito abbia imboccato la fase discendente. Lunga o corta dipenderà da tanti fattori, ma inesorabile secondo lui. Ce lo diceva molto prima del referendum sulla giustizia e del suo esito rovinoso, prima che commentatori e analisti scoprissero che l’effetto Meloni non faceva più la stessa presa sugli italiani: era il 16 gennaio per la precisione, quando abbiamo cominciato questo viaggio dentro a Fratelli d’Italia per raccontare la nuova classe dirigente del Veneto vista da vicino.

Berlato avrà anche il dente avvelenato perché alle regionali non gli è andata benissimo, ma basa il ragionamento su un precedente illustre: «Alle regionali 2025 si è ripetuto quello che era accaduto nel 2010 con Galan e Zaia: Forza Italia era il partito maggioritario nel Veneto ma con trattativa nazionale si decise di dare alla Lega la guida della Regione e venne candidato Zaia. È stato l’inizio della fine di Forza Italia nel Veneto e in parte anche a livello nazionale. Il tracollo è cominciato là. Oggi il messaggio transitato è che se Zaia è capolista e ha gestito il potere per 15 anni, continuerà a farlo. Per le forze economiche che supportano Zaia e di riflesso la Lega, comandano ancora i leghisti. Messaggio devastante per Fratelli d’Italia. Per questo temo che il risultato delle regionali rappresenti l’apice della parabola, non solo nel Veneto ma a livello nazionale».

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